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“Works” di Vitaliano Trevisan, edito da Einaudi – Recensione di Giuseppe Rizza

Ho finito di leggere l’ultima riga – il miglior explicit che io abbia letto da tempo a questa parte – di Works, l’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, ed è stato facile prorompere in una risata. Forte, folle, da teatro dell’assurdo. Ovviamente non svelerò di che frase si tratta.
Da un paio di anni mi sono convinto ad usare delle sottili strisce adesive colorate (viola, arancione, giallo, verde, blu), io che non ce l’ho mai fatta (tranne rari casi) a sottolineare, evidenziare, anche solo minimamente piegare una pagina di un libro (di questa “sindrome” ne parla lo stesso Trevisan); ovviamente le uso solo quando m’imbatto in una pagina degna di nota.
La mia copia di Works (è anche grazie a questo libro che sono tornato come non mi accadeva da tempo a provare piacere nel leggere in cartaceo) ne ha diverse di strisce che fuoriescono dalle pagine (ne ho contate undici, ma almeno in un paio di casi mi sono trattenuto dal metterle, e verso la fine ho sottolineato una frase – con cui terminerà questo pezzo, nel caso riuscissi a finirlo, o forse iniziarlo – a matita, flebilmente, ma che meritava necessariamente di essere sottolineata), e ciò mi ha rimandato col pensiero agli aquiloni di Stefano D’Arrigo, alle sue striscioline di carta che accompagnavano la scrittura del suo capolavoro, Horcynus Orca, e che decoravano – ma in realtà erano degli appunti scritti in diverse tonalità di inchiostro – i margini dei suoi fogli.
Capolavoro, dicevo (e con l’aggiunta di una nota: il libro di Trevisan contiene molte note a piè di pagina. Come David Foster Wallace, direbbe qualcuno, ma per fortuna la scrittura di Trevisan mi sembra lontanissima dall’autore statunitense.). Works probabilmente non è capolavoro (forse non può esserlo, per la materia stessa di cui parla, ma anche perché non ne posso più di leggere la parola capolavoro ovunque, si tratti di libri o di film.), ma è un gran libro, per quanto mi riguarda entra di diritto fra le migliori opere edite quest’anno. L’autore dello stesso lo ha definito un memoir, ma potrebbe essere benissimo un romanzo (rintracciabile su internet un intervento di Trevisan in cui sostanzialmente dichiarava il romanzo un genere che ha detto ormai tutto quello che doveva dire (1), o più o meno), o perché no un reportage, o per usare una definizione che nessuno nega ormai a nessuno: auto-fiction.

Works tratta dei lavori svolti dall’autore durante la sua vita: dal primo (quando ancora ragazzino chiede al padre di avere in regalo una bicicletta, come tutti i suoi compagni di allora) fino all’ultimo (prima di diventare “scrittore” – nonché attore –, o meglio prima di riuscire a poter vivere scrivendo), per un totale di 650 pagine, comprensive di note a piè di pagina.
Un libro, quindi, sul lavoro. Che detto così, non è neppure poco, dato che non mi sembra un argomento particolarmente trattato dagli odierni autori italiani (se non in modo collaterale).
Ma Works non è solo un libro che parla di lavoro: ma anche di persone, per esempio (2) (ce ne sono tante: soprattutto colleghi di lavoro e datori di lavoro, tutti sempre ben caratterizzati), degli anni che si accumulano presto fino a fare una vita – altra mia evidente frase del cazzo – (con la sensazione, spesso, di averla sprecata, lastricata com’è di rimpianti(3)), di famiglia (“Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa. Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette mai”), di territorio (il nord-est tanto odiato dall’autore).
Un libro che è anche una denuncia (neanche tanto indiretta, come è nello stile dell’autore vicentino) nei confronti di una concezione del lavoro – Pre “Job Act”: immaginarsi dopo – dove lo sfruttamento (e spesso anche l’illegalità) è una regola consolidata, fra diritti negati (concessi solo sulla carta), sopraffazioni più o meno palesi, precarietà e flessibilità come nuove normalità.
Ma non si può non scrivere un commento a questo libro senza non citare la scrittura di Trevisan: il suo stile ormai inconfondibile, monologante, spezzato da incisi e note, esplicitamente ispirato a Bernhard (uno degli autori preferiti dallo scrittore vicentino, così come Beckett), che invece di appesantire la lettura la rende veloce, le sue invettive (se un suo libro precedente conteneva quella contro un noto regista cinematografico italiano, in “Works” ce n’è almeno una da non perdere, quella nei confronti di un noto attore teatrale e cinematografico italiano), nonché le – a tratti inattese – confidenze (“Cominciamo col dire che sono nato melanconico così come uno nasce epilettico, un’altra emofiliaca, un altro ancora dislessico, autistico eccetera”).
Quando chi legge rallenta il ritmo per timore di terminare troppo presto ciò che si sta leggendo, e non vuole essere abbandonato – no, ancora no – tentando di prolungare con sotterfugi da dilettante i tempi della lettura, allora il sospetto è più di un sospetto: si sta leggendo, appunto, un gran libro.
E un grande autore, personalmente uno dei pochi scrittori italiani viventi che merita di essere salvato dall’indistinta palude (4) della produzione industriale cosiddetta editoriale di questo paese.

Mai riuscito a pensare, mai, neanche una volta, che se tornassi indietro rifarei tutto”.

NOTE:
1. Curioso come in “Works” sia riportata la risposta del più grande scrittore italiano vivente (chi legge non ha molti indizi per intuire chi sia stato anni fa per Trevisan il più grande scrittore italiano vivente) a cui Trevisan aveva sottoposto un suo racconto, che invece sostiene come per lui esista solo il romanzo.
2. In realtà credo che ogni libro che si rispetti parli di persone. Questa, mi pare evidente, non è l’unica minchiata che ho appena scritto.
3. Penso sia altrettanto evidente che non si stia parlando solo di “Works”.
4. C’è anche una palude (senza dietrologie di significato: una palude in carne e ossa, se solo le paludi fossero in carne e ossa), ad un certo punto, nel libro di Trevisan.

Voto: ●●●●●


recensione di Giuseppe Rizza