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William Fitzsimmons, Hana-Bi, Marina di Ravenna, 17 agosto 2015 – Recensione di Michael Micci

Pare che le dita della mano destra di William Fitzsimmons siano soltanto cinque e pizzichino solo sei corde per canzone; uno degli aspetti meravigliosi di cantautori come Fitzsimmons, Rice o Passenger è il fatto che riescano quasi sempre a tenere in piedi interi concerti e tour mondiali con la semplice forza del proprio strumento e della propria voce. È raro che vengano affiancati da altri musicisti e, quando ciò accade, come nel caso di Fitzsimmons, il supporto è decisamente ridotto. Va poi specificato che la forza di questi personaggi è semplice solo in superficie: il più classico dei connubi, chitarra e voce, regge solo se supportato da testo, melodia, intensità e carisma. Insomma, dalla sostanza. O dalla vita.
Fitzsimmons, nel suo caso specifico, fa scivolare una narrazione vibrante e quasi sempre autobiografica su tappeti musicali ricchissimi. Anche l’arrangiamento acustico più scarno sembra eseguito da almeno due chitarre, mentre al centro del palco si vede spesso solo William, gli occhi stretti in una smorfia di concentrazione, l’acustica premuta sul bacino, le cinque dita che arpeggiano rapide e le labbra semichiuse a cantare sottovoce una storia. Il risultato finale non è mai straziante, come pure certi testi potrebbero suggerire: d’un tratto ci si ritrova immersi in una dolcissima malinconia, in una delicatezza consolatoria. Al grido disperato Fitzsimmons preferisce un sussurro che costringa alla comprensione. L’artista ha tanta cura e rispetto delle parole, da interrompersi a metà di uno dei brani più struggenti del suo ultimo Ep, Pittsburgh (2015), disturbato dal brusio a tratti insopportabile delle persone ferme al bar. Al secondo verso di Ghosts of Penn Hills William abbassa la chitarra, si scusa e ammette di non voler sembrare infantile, ma di non riuscire ad andare avanti: “Sono canzoni molto emotive per me, difficili da suonare. Scusatemi, non posso continuare questo pezzo”. E il concerto prosegue senza più interruzioni, con una scaletta forse leggermente sfoltita e un Fitzsimmons nervoso, ma educato e determinato a dare alla fetta di pubblico più attento la propria dose di emozioni e ricordi. Sotto i passi leggeri della musica il fragore di risate sguaiate e incuranti non si placa e, anzi, accompagna fino alla fine l’esibizione dell’artista americano. Da parte sua, Fitzsimmons tenta di non perdere concentrazione, empatia e vicinanza con il pubblico. I pezzi con la band danno al concerto la giusta energia, mentre gli ultimi brani, suonati giù dal palco e in mezzo alla gente, sembrano riconciliare il cantautore con una serata sicuramente malriuscita, ma non per questo priva di emozioni. Sotto le stelle di Marina di Ravenna, a un passo dalla duna e dalla spiaggia, chiede alle persone di avvicinarsi senza timore e, di nuovo, di ascoltarlo. Il messaggio è tutto, la musica solo la cassa di risonanza di un racconto prezioso. “È per questo che faccio musica, sapete. Non per avere successo o fottere belle ragazze. La musica serve per stare vicini. Vi ringrazio. E vi prometto che ci rivedremo in un luogo più appropriato. Buonanotte”.

William e la sua chitarra si fanno strada fra la folla e vanno via, lasciando al pubblico dell’Hana-Bi solo il rumore di fondo. Si spegne l’incantesimo leggero dei suoi arpeggi e si riaccende il chiacchiericcio, in attesa che la console di qualche DJ traghetti tutti verso l’orario di chiusura. L’organizzazione prepara orgogliosa un tavolo dietro cui William farà autografi e fotografie. Tuttavia a molti resta l’amaro in bocca per un’occasione sprecata. La musica di Fitzsimmons, nonostante ricordi la fiamma debole di una candela, è stata capace di incendiare il frastuono di fondo e di mettere i brividi. C’è da chiedersi come sarebbe andata in un teatro, o magari nello stesso locale, alla presenza di un pubblico educato e più attento, che non scambiasse la sua musica per un sottofondo da bevuta. Resterà il dubbio, ma solo fino al prossimo tour europeo. Fitzsimmons è di sicuro un uomo di parola.

recensione di Michael Micci

Michael Micci

Michael Micci

Sono quello seduto che osserva, con le dita già sporche d'inchiostro.