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Un biglietto di sola andata sgualcito nella tasca della giacca: arrivo a Vienna una mattina grigia di settembre, per lasciarla nel tepore di un pomeriggio di marzo. Arrivo per restare un semestre, con qualche valigia bella piena, un vento dell’est da inseguire, dalla stazione fino sui grandi viali della Ring, sotto il Parlamento, su Rathausplatz, all’antica Università, o sotto la ruota del Prater.

Vienna dalle tante facce e dalle migliaia di fotografie. Vienna che è Austria, pur essendo già ponte verso oriente, verso un’Europa diversa e un po’ estranea. Vienna che prova ad essere moderna senza smettere di essere imperiale, di mostrarsi ricca e ben vestita, di riempire i suoi teatri di maschere, orchestre e spettatori. È il tipo di attrice che si aspetta un mazzo di cento rose rosse in camerino, a fine spettacolo, e che sa di meritarle tutte. È una regina ottocentesca che si lascia ammirare. Con le facciate pulite e impeccabili dei palazzi, le statue restaurate, le colonne perfettamente bianche, le strade ordinate, con la massima attenzione alla forma e alla formalità, si scongiura l’ineleganza delle grandi metropoli, si respinge lo spettro della crisi dei mercati. Quasi non si sfiora il male del decennio, tanto che anche i senzatetto alla fermata della metro suonano l’arpa e il violino, sembrano implorare una moneta con particolare grazia: disperati di lusso, su uno scenario senza tempo. La bellezza della città è talmente ostentata ed evidente da sembrare irreale. Mantiene il mistero delle vecchie dive, il dubbio fondato che, oltre le luci dei lampioni sulla Graben, volutamente simili ai lampadari stile impero dei palazzi d’epoca, oltre il flusso di borghesi eleganti e appesantiti dalle proprie shopping bag, vi siano ampie zone d’ombra.

La Vienna di oggi si dichiara figlia di Mozart e dell’epoca imperiale, ovunque rievocata. Vienna blasfema nei sabati sera, che si riscopre irrimediabilmente cattolica la domenica mattina. Vienna che si contraddice, ma che in fondo trova sempre il modo di farsi perdonare. Per il respiro profondo che gli ampi viali riescono ad avere, soprattutto di sera. Per il suono familiare della sirena dei tram, gli stessi di cent’anni fa. Per l’odore e il sapore del Glühwein a dicembre, insieme al suono delle chiacchiere di tutti. Per la cucina bavarese e per la birra. Per il valore dato all’arte. Per Klimt e per Schiele. Per l’odore antico delle biblioteche. Per gli altri giovani che ho incontrato, le feste in salotto e le voci sollevate in piazza. Per la sensazione che tornare a Vienna vorrà sempre dire tornare a casa.

testo e foto di Michael Micci

Michael Micci

Michael Micci

Sono quello seduto che osserva, con le dita già sporche d'inchiostro.