Terre aperte

“Terre aperte” di Emanuele Franceschetti, edito da Italic Pequod (2015) – Recensione di Jonata Sabbioni

La poesia può trovare un suo valore e un carattere riconoscibile laddove determina, nel movimento dell’io attraverso i diversi scenari “episodici” oppure “occasionali” (le scenografie della realtà e dell’espressione), trasferimenti rapidi. Si possono creare, in questi casi, “cambiamenti di scena” trascinanti: l’io muove lo sguardo lungo una dinamica “fuori-dentro” che diviene attivamente variabile e creativa. E nella dimensione “emotivo-conoscitiva” compresa dentro la dinamica tra mondo interno e mondo esterno la poesia si compie come immagine e pensiero.

Nel panorama della lirica italiana degli ultimi vent’anni, s’è mostrata, rispetto a questa idea dinamica, una tendenza che vorremmo definire “centrifuga“. In essa s’è compiuto un riposizionamento della soggettività poetica: alla voce interrogante e baricentrica del novecento post-montaliano (Sereni, Caproni, Bertolucci e Luzi) s’è affiancata, se non sostituita, un’ispirazione di natura empatico-partecipativa che ha sostanzialmente posto in crisi la posizione della “sorgente lirica”, sino a spostare l’origine del “primo moto” da una riflessione di natura ontologico-espressiva, anche nelle sue manifestazioni più drammatiche e (apparentemente) irrisolte, ad una posizione di “reverenza verso l’esistente” (cit. Enrico Testa). Ecco quindi che il dettato poetico diviene “un atteggiamento d’esposizione, impressivo e centrifugo” (ancora Testa) e tende a condurre a sé la responsabilità (l’ambizione?) della costruzione del “senso” delle cose del mondo e delle sue relazioni. Però, a volte, si percepisce, leggendo una certa poesia attuale, una (auspicabile) posizione di mediazione. Quelle rapide azioni di moto, quelle dinamiche che possono determinare il “trascinamento” emotivo e le fughe di cui s’è detto, sono possedute, e sono trasferite, da una voce poetante che è comunque ben centrata. Come fosse ancorata al fondo, questa voce può muoversi e oscillare, può distanziarsi e sbandare: eppure essa è ultimante stabile e radicata. A volte pare possa persino essere data “prima e oltre” (meta-fisica).
Emanuele Franceschetti (Ancona, 1990), giovane poeta marchigiano (nasce a Montegranaro e vive a Roma, dove studia musicologia), con la sua seconda pubblicazione (Terre aperte, Italic Pequod, Ancona 2015) dimostra, sia nelle sue aeree aperture al mistero che nelle scure tentazioni alla discesa, un’ampia sensibilità al radicamento (di “solidità” parla Filippo Davòli nella prefazione al libro).

Nel dettaglio, la trama del libro di Franceschetti appare variabile se consideriamo le sue componenti singolarmente (le poesie contengono diverse atmosfere emotive, differenti soggetti “interlocutori” e fasi temporali), ma stabile nel suo complesso. Queste parti, insomma, risultano singolarmente e diversamente autonome, o almeno compiute, e poi, a montaggio concluso, divengono sostanzialmente convergenti, come fossero tutte segnate da un tratto coerente (“il montaggio è la più importante fase di costruzione di un film: col montaggio il regista sceglie come raccontare una storia”, diceva Fellini). Il tratto di cui parliamo è, in verità, un’atmosfera autentica e consiste in una componente riflessiva e, appunto, “stabilizzante” di cui tutte le (49) liriche del libro sembrano portare il suono. Nella misurazione del dettato, e nell’equilibrio della forma, il poeta pare insistere sulla necessità di un collocamento affermativo di fatto; inoltre egli dice della volontà di una scelta, di una presa di posizione costitutiva.

La prima sezione (dal titolo Vocativo, costituita di 25 componimenti), in particolare, s’intreccia sull’apertura della scoperta a cui il poeta perviene se, una volta giunto alla vista delle “terre aperte” (del mondo, nella sua dimensione più vasta e disorientante), può ricorrere all’osservazione dentro la coscienza della propria origine. Si svolge poi in un movimento trattenuto il viaggio di questa “anima inesausta” e ardente dentro il “deserto inconsistente” del reale in cui, però, “i volti […] dicono ancora”. La parola (poetica) che rappresenta una “comunione / d’anarchia” è lo strumento, o il medium, che conduce all’idea definitiva di una verità che, nuda in sé, rende radicalmente essenziale il pensiero e, allo stesso tempo, devasta “oltre la linea del dolore”. Questa parola “Va braccata. Attesa / pazientata” perché un suo potere misterioso è pure il nascondimento (ecco un altro posizionamento) e, dentro esso, il vuoto drammatico che avvolge, a volte, il sentimento puro della solitudine. E del suono che suggerisce questo vuoto si riempiono alcune poesie: dentro una dimensione sonora, o meglio musicale, Franceschetti muove il “ricordo antico” e destina il pensiero all’aria, cioè al respiro, che come “armonia nuova” cerca il mistero. E lo sospinge. Al radicamento di cui s’è detto appartiene anche il suo contrario, ossia il “tradirsi sempre alla radice”: infatti, anche un nuovo incipit è previsto dentro l’appartenenza ad una storia fondante e pure le traiettorie del sentire “non sono / che le angolature felici / degli approdi”, dei riconoscimenti.

La seconda sezione (Terre aperte, dà titolo al libro ed è composta da 24 liriche) s’apre con due citazioni “tematiche”: un verso di Dante Alighieri suggerisce un percorso alla ricerca del “senso” (che sfugge) e uno di Attilio Bertolucci al motivo dell’”alleanza” che l’uomo trova, con sé stesso, dentro le relazioni e le amicizie (oltre che dentro gli abbandoni). E proprio come in Bertolucci, anche qui i legami degli affetti e le scoperte della vita divengono filtrati dalla percezione di una domanda incessante, e il tempo che inesorabilmente muove e fugge è l’obiettivo di un’auscultazione meditata (suggestiva la metafora dell’onda che “cresce crolla / si stende, risale / s’inclina / si infrange s’immerge / sommerge”). Lo scioglimento della domanda nel mistero di una risposta incombente (eppure remota) segna la riflessione che il poeta fa circa la propria esistenza (“La vita sa lasciarsi presagire / ma riappare poi alle spalle, / inattesa”) e la connessione che la poesia costruisce con gli elementi fondanti della propria condizione (l’appartenenza, il richiamo alla terra e alle origini, le suggestioni del ricordo e delle figure, prima tra tutte quella della madre) si compie, anzi si giustifica, nella commozione (letteralmente nel “co-muoversi”, muoversi insieme). L’ultima poesia porta alla luce l’intensità di una “presenza” plurale: fuori del rischio di un isolamento, la parola si fa tramite di legittima gratitudine e promessa di consolazione.

Questo secondo libro di Franceschetti trasferisce l’impressione di un dettato centrato, pure nella giovane età dell’autore, su una riflessione che sa sospendersi e poi rapidamente ridiscendere e fondarsi. Si tratta, insomma, di una forma matura entro cui la soggettività crea lo spazio di un’espressione più diretta, più viva. Senza voler ricorrere ad altro mezzo che non sia la parola sensibile, la manifestazione di sé (del soggetto) avviene nella logica di un’affermazione che è “nella presenza” e non cede al fascino del simbolo o dell’iperbole (metaforica oppure linguistica). Intesa così, come movimento dentro una definizione onesta dell’io, questo testo può essere ritenuto un bell’esempio, e riuscito, di rappresentazione positiva di un ampio spazio umano.


Voto: ●●●●○

recensione di Jonata Sabbioni