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“Strega analcolico”: il Premio Strega 2015 – Articolo di Simonetta Sciandivasci

Un romanzo in stato vegetativo come La ferocia di Nicola Lagioia sta facendo discutere il 5% della popolazione italiana attiva, portando in libreria una percentuale ancora più alta e inducendo alla fustigazione privata tutti quelli che lo hanno letto pensando “che palle”. Nonostante questo, c’è ancora chi sostiene che il Premio Strega sia moribondo, i romanzi finiti, la scrittura un vuoto a perdere, i lettori incapaci di sopportare più di otto righe senza un’emoticon, un adesivo, una nota audio, un clippino, un glifo, qualunque cosa che non sia immediatamente ascrivibile a un grafema. Non che La ferocia non avesse già fatto rumore, ma un conto è il rumore editoriale, che è bianco, un altro è quello delle vendite e, a parte Fabio Fazio, come fa vendere lo Strega, niente e nessuno può. Basterebbe questo a onorarlo, a disintegrare le polemiche, le stanche (e moribonde, quelle sì) critiche che il giornalismo di costume (perché quello culturale non perviene, quando si tratta di Premio Strega, così come non perviene quello musicale quando si tratta di Sanremo) avanza tutti gli anni, dimostrando solo e soltanto la stretta necessità della sinonimica.

Intendiamoci: non ho letto nessuno dei romanzi finalisti. Ho provato a leggere La ferocia, all’epoca del rumore bianco, ma non sono riuscita a finirlo perché sono a disagio con la visione della letteratura che il suo autore, domenica scorsa sulle pagine del Sole24ore, ha allegorizzato, ricorrendo a un pescatore che “aspetta, sconsideratamente. È sconsiderato quest’uomo per due motivi. Il primo è che, se mai il mostro dovesse abboccare, l’asta della canna sarebbe comunque troppo fragile per tirarlo in superficie, così come lo sono le braccia del pescatore. I mostri che ci portiamo dentro, arrivano a misurare mille volte il nostro peso. Il secondo motivo è che, se mai quella creatura spaventosa dovesse venire in superficie, o ci incenerirebbe, perché ci troveremmo faccia a faccia con la nostra immagine primaria, oppure renderebbe inutile il racconto, perché l’ossessione (mostrata nelle sue forme reali) smette di essere tale, cioè smette di essere feconda. Il trucco (o l’esorcismo) consiste allora nel trovare per il mostro una forma equivalente“. Il mio disagio sta in questo: la forma equivalente di cui Lagioia parla, nel suo La ferocia, è più che altro una forma inconcludente.
Nonostante questo, continuo a ritenere miracoloso che quest’estate, sulle spiagge, anziché esserci un libricino leggero, non di quella levità brillante e profonda di Natalia Ginzburg, né di quella scorrevolezza amara di Cesare Pavese, ma di leggero perché confortante e ricorsivo, ci sarà una mattonata inconcludente che farebbe cadere i capelli anche a un fine esegeta. Mi sembra entusiasmante, ma sarà che io mi accontento del principio di ragion sufficiente e sono abbastanza superficiale da non avere alcuna intenzione di scandalizzarmi, né di inoltrarmi nell’iperuranio mafioso che secondo Saviano modella il nostro tempo, se l’Einaudi vince per due volte di fila.

Mi commuovo per le parate, per gli inni nazionali e le feste patronali, non sono devota a San Giorgio né a San Tommaso, ho imparato a preservare l’infinitamente piccolo di Simone Weil e gli infinitamente grandi (anche se immeritatamente grandi) non mi disturbano al punto da frantumare il mio, probabilmente mellifluo, amore per l’establishment.
Il Premio Strega è il premio dell’establishment e chi davvero ha creduto che cambiare le regole di votazione per consentire la partecipazione delle case editrici più piccole e candidare Zerocalcare – il Fabri Fibra del fumetto, ormai, ahimè – o Elena Ferrante fossero manovre di rottura di una schema, è un ingenuo tenerone al quale, tuttavia, più che abbracci, ho voglia di indirizzare pizzicotti, poiché è per colpa di questa sciocca credulità e retorica voglia di autenticità che credo di poter imputare la comparsa, al Premio Strega, dell’ostentazione del pop, in perfetta antitesi, peraltro, con il romanzo vincitore, che secondo alcuni Amici della Domenica, “almeno è scritto in italiano“.
Non che il Premio Strega abbia perso la sua allure: Dagospia è arrivato persino prima che iniziasse lo spoglio delle schede; le ultracentenarie principesse romane, scongelate per l’occasione insieme alle loro mise da Marlene Dietrich, hanno sfilato come Gradische – e finché c’è Grande Bellezza c’è speranza; gli snob hanno stretto le mani solo ai vip e liquidato i non vip come facevano i politici della democrazia cristiana. Insomma, pilastri che speravo di vedere e ho visto.

Quello che non speravo di vedere e invece ho visto: i selfie compulsivi di Paola Minaccioni, vestita da molesta Veejay di MTV del ’98, come disperato tentativo di lenire la noiosa prevedibilità dell’establishment letterario – tuttavia, sempre lungamente migliore dei tentativi di smuoverla con un colpo alla botte e uno al cerchio; i cocktail analcolici.
Quello che speravo di vedere (a volte anche io voglio essere ingenua) e non ho visto: l’uscita allo scoperto di Elena Ferrante, in forma d’individuo in estinzione (maschio eterosessuale, editore ricco, scrittore alcolizzato); l’assalto al buffet (Concita De Gregorio ha voluto che venisse offerto da mangiare solo ai privilegiati seduti al tavolo: è nata una nuova kasta ed è morta una tradizione); la editor di una piccola casa editrice che saltasse addosso a Francesco Piccolo come la Femen tedesca a Mario Draghi, lo scorso aprile.
Quello a cui, invece, assolutamente non mi aspettavo di assistere è stato il furto del mio telefono. Ritrovato poi in un cassonetto, martoriato da una furia luddista che mi piace ancora ascrivere al miracolo che solo lo Strega è in grado di realizzare: unire il denaro all’editoria.
Se i ladri pullulano dove c’è una forte concentrazione di ricchi, ecco che quel miracolo si è compiuto ancora, addirittura sulla mia pelle e, anche se mi è costato caro, sono felice che, per qualche istante, qualcuno abbia ritenuto che io, per il semplice fatto di essere al Ninfeo e quindi “una del settore”, potessi essere un obiettivo sensibile per un furto che valesse la pena di fare. Mi è parsa l’esemplificazione perfetta di quello che l’establishment è nato per fare: simulare un benessere.

recensione di Simonetta Sciandivasci