Sóley
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Sóley, Sala dei Giganti di Palazzo Liviano, Padova, 28 settembre 2015 – Recensione di Michael Micci

Arnarstapi?”, mi chiede Sóley stupita, grattandosi la punta del naso con la mano destra, nella sinistra un pennarello oro già scoperchiato, pronto a firmare la mia copia nuova di zecca del suo disco strumentale Krómantik (Morr Music, 2014). “Sì, Arnarstapi. Sai, è stato lì che abbiamo conosciuto la tua musica, in un bar”. Sóley sembra più incuriosita da questo strano racconto – o forse dal fatto che ci sia un bar ad Arnarstapi, in Islanda – che dal fatto di avermi sentito parlare islandese per le prime battute della nostra conversazione. In fondo ci troviamo a Padova, alla Sala dei Giganti, dove la cantautrice islandese ha appena concluso il suo primo breve (ma intenso) concerto italiano. Quante probabilità c’erano che qualche fan le si presentasse nella sua lingua madre? Evidentemente più di quante non ce ne siano di trovare un bar in un luogo isolato come Arnarstapi. “In effetti eravamo solo noi tre, quella sera – continuo io – quattro, con la proprietaria. A un certo punto un canto comincia a risalire, come da un abisso. La signora Ólína aveva fatto partire il vinile del tuo primo album. Era anche stupita del fatto che non ti conoscessimo. Da allora i nostri ricordi islandesi sono associati alla tua musica”. Sóley sorride con una punta di sincera gratitudine. “Incredibile – commenta – tutto quello che so su Arnarstapi è che ci è nato l’unico serial killer della storia islandese, qualche secolo fa”. “Oh, sì. Axlar-Björn!”. Lei ride, annuisce e mi corregge la pronuncia. In un luogo sperduto come l’Islanda anche un serial killer è capace di entrare nella storia. “Mi si addice molto, in effetti”, conclude, alludendo al contenuto dei suoi testi e all’atmosfera crepuscolare di certe sue canzoni. Poi si mette a firmare il mio disco.

Mi volto e mi rendo conto che la fila è ancora lunga, ma il tempo per una foto lo voglio trovare. Scattiamo e andiamo via, liberando spazio alla folla impaziente. Difficile immaginare un simile successo, prima di vederlo di persona. Un’artista di nicchia come Sóley si presenta in Italia e infiamma gli animi di un pubblico molto eterogeneo, dagli studenti universitari ai vecchi signori ingessati, che si sono lasciati andare con inconsueto trasporto al ritmo un po’ cupo dei suoi pezzi. La Sala dei Giganti di Palazzo Liviano, alta e nobile nelle sue pareti antiche e affrescate, ha fornito solennità al momento, assecondata dalle luci soffuse e dalla profondità dell’esperienza musicale che Sóley propone. La distribuzione delle sedute non ha aiutato i settori laterali, la cui visuale era limitata dalle casse e dalle strumentazioni. Sóley si è scusata a più riprese, ma non è dipeso da lei. In molti casi l’artista è stata davvero coperta completamente e tutto ciò di cui si poteva godere, a livello visivo, era l’ombra proiettata sui dipinti del suo corpo chino sul pianoforte, un’immagine tanto scomoda quanto suggestiva e in linea con l’atmosfera generale: Sóley racconta storie e visioni, è capace di passare dalla dolcezza dell’amore all’angoscia labirintica della solitudine, dal ricamo fantasioso al verso duro e schietto, dal sussurro onirico al dettaglio macabro. Kill the clown, improvvisata al pianoforte a coda della sala, ha trasportato tutti in un racconto omicida, senza però perdere grazia e delicatezza. Lo stesso vale per la surreale One-eyed Lady: “Would you kill for love, kill for love, kill for love?” ripetuto come un mantra, o una formula magica.

Amore e morte, nostalgia e sogno, questi sono gli elementi essenziali con cui l’artista islandese riesce nel compito di incantare un pubblico estraneo e lontano dalle lunghe notti islandesi, dalle sfumature dell’Aurora che attraversa il cielo invernale, si riflette sulla neve di Reykjavík, sul Tjörnin ghiacciato e su un mondo che, come i suoi abitanti, resta sempre sospeso fra l’abisso e il cielo, fra un buio apparentemente eterno e una luce accecante. Nessun artista islandese sembra poter sfuggire a questa fondante dicotomia. La poesia, anche quella di Sóley, sgorga in quel punto a metà strada fra la forza vitale e l’oblio. Ask the deep (Morr Music, 2015), l’ultimo lavoro della cantautrice, in parte riproposto anche a Padova, interroga proprio quella voragine, in cerca di una risalita, di una luce che in qualche modo arriva sempre, fosse anche solo per un attimo. Come la breve estate islandese.


recensione di Michael Micci

Michael Micci

Michael Micci

Sono quello seduto che osserva, con le dita già sporche d'inchiostro.