ricordi di scuola

“Ricordi di scuola” di Giovanni Mosca – Recensione di Lorenzo Mercatanti

Siete mai ritornati, da grandi, nella vostra antica scuola elementare?” Con questa domanda si aprono i Ricordi di scuola di Giovanni Mosca, con una sua visita alla scuola dove era stato prima alunno e poi insegnante, attività abbandonata successivamente per la carriera giornalistica.
Giovanni Mosca sente gli stessi rumori mentre nei “ricordi” passeggia per i corridoi della sua vecchia scuola, passando davanti ad un’aula gli giunge la voce di una maestra di prima.

-I cavalli hanno quindici gambe?-
-No,- si sentivano rispondere in coro gli scolaretti.
-Ne hanno forse dodici?-
-Nemmeno.-
E, calando sempre il numero delle gambe, arrivava finalmente al numero vero.
-Ne hanno quattro?-
-No!- Rispondevano con entusiasmo gli scolari
”.
Mosca sorride amabilmente dei maestri elementari e dei loro metodi, gli torna alla mente un vecchio maestro che, per spiegare la rotazione della terra intorno al sole, portava in classe una candela e un’arancia, chiudeva porta e finestre, l’arancia tenuta in mano prendeva a girare intorno alla candela, “girava con fede, convinto, forse, che quell’arancia fosse veramente la terra”, gli scolari invece, approfittando dei momenti in cui il volto del maestro era illuminato dalla candela, davano fiato alle cerbottane sfidandosi in un impietoso tiro a segno.
Mosca si ricorda di quando, giovane maestro al suo primo incarico, fu ricevuto dal direttore, “-avete vent’anni?- Disse. -Ci credo, perché altrimenti non vi avrebbero nominato; ma ne dimostrate sedici. Più che un maestro sembrate un alunno di quinta che abbia ripetuto parecchie volte. E questo, non ve lo nascondo, mi preoccupa molto. Non sarà uno sbaglio del provveditorato? C’è proprio scritto Scuola Dante Alighieri?-
-Ecco qui-, dissi mostrando la lettera di nomina, -Scuola Dante Alighieri-.
-Che Iddio ce la mandi buona!- Esclamò il Direttore. -Sono ragazzi che, finora, nessuno è riuscito a domare. Quaranta diavoli, organizzati, armati, hanno un capo, si chiama Guerreschi;” ( ! ) “l’ultimo maestro, anziano, e conosciuto per la sua autorità, se ne è andato via ieri, piangendo, e ha chiesto il trasferimento…-
Mi guardò in faccia con sfiducia:
-se aveste almeno i baffi…- mormorò.

Alcuni alunni invece, più alti dei compagni e dello stesso maestro, hanno una peluria molto prossima a diventare baffi. In classe siedono negli ultimi banchi, durante la passeggiata camminano in coda al gruppo. Hanno ripetuto ogni classe fino ad arrivare in quinta, dove un maestro li promuoverà, non per meriti scolastici ma perché i baffetti, non essendo più peluria, non sono ammessi tra gli alunni di una scuola elementare.
E nel mentre i ricordi accompagnano la visita di Mosca alla sua vecchia scuola, dalle aule escono i maestri e le maestre per farsi incontro e congratularsi col loro ex collega per la sua carriera di giornalista, si affollano intorno a lui, curiosi, lo guardano con invidia:
una carriera brillante la tua, guadagni molto?

Non li lasciate, i ragazzi: finché si vive in mezzo ai ragazzi si è ancora un po’ come loro”, vorrebbe rispondergli Mosca, ma non può perché l’invidia dei maestri è già un’invidia di bambini, e gli occhi dei maestri e delle maestre si dilatano al pensiero dei favolosi guadagni di Mosca:
noi sempre qui, tutti gli anni, tutti i giorni, sempre gli stessi ragazzi, anche se cambiano le facce e i cognomi…” A dire così a Mosca è un altro vecchio maestro, in tasca una matita rossa e una blu e insieme un nastrino tricolore, Mosca lo ha visto che lo chiedeva in segreteria con la scusa di doverlo dare a un ragazzo e invece lo tiene per sé, se lo porta a casa per metterlo insieme con tutti gli altri nastrini radunati, e sempre con la stessa scusa, in tanti anni d’insegnamento.
Beato te. Tu sei ancora un bambino e non lo sai”, vorrebbe rispondergli Mosca, e più avanti, quando ci racconta della dipartita dello stesso maestro, “in tasca gli hanno trovato una noce”.
Beato te. Tu sei ancora un bambino e non lo sai”, non può più dirgli Mosca, “tu, a furia di leggere Cuore ai tuoi ragazzi, credi ancora a Marco che va solo, a dodici anni, in America, a cercare la madre; a furia di leggere, nell’ora di ricreazione, le favole, credi ancora, un po’, nelle fate, nei maghi, nelle vecchiette buone che nel bosco ti danno una noce e ti dicono: -Rompila nel momento che ti troverai in pericolo, ed essa ti salverà-. E, forse, non lo dici a nessuno, ma nella tasca hai una noce, così come i tuoi ragazzi hanno nelle tasche quello che sempre, da che mondo è mondo, hanno avuto nelle tasche i ragazzi”.
Le tasche dei ragazzi sono piene di fischietti, bottoni, coperchi di scatole di lucido, “bricioli di dolci mangiati chi sa quanto tempo fa, briciole che diminuiscono sempre perché ogni tanto, a ricordo di quel sapore, anche una briciola è buona”.

E ancora bottoni e chiodi e chiavi fino ad essere stracolme sì che le tasche dei ragazzi vanno a sfociare nelle tasche dei maestri, piene di quello che i maestri hanno requisito ai ragazzi, bottoni, chiavi, maggiolini morti, “e soprattutto elastichetti per farci le fionde e tirare pezzetti di carta arrotolata sulle gambe dei compagni”. E le noci, che quando verrà il momento di rompere, non faranno a tempo.
Proprio loro, i maestri, che tante volte hanno provato a fermarlo il tempo, ci hanno provato con le lancette degli orologi, di quegli orologi sequestrati ai ragazzi, che non funzionano e con cui gli alunni si gingillano nelle ore di lezione, soprattutto se a far lezione è un vecchio-maestro-supplente, un vecchio-maestro-senza-classe, “sta in segreteria a disposizione della Direzione. Spedisce la posta, riempie i diplomi, mette in ordine la biblioteca e qualche volta, se un maestro è assente fa lezione lui, ma parla piano piano, perché è stanco, e coi ragazzi non ha più la pazienza d’una volta”.
Signor maestro, non facevo niente di male. Stavo girando le lancette per far passare più presto il tempo. Il maestro supplente era un po’ noioso.” L’alunno a cui è stato sequestrato l’orologio si giustifica così col giovane-maestro Giovanni Mosca che, di buon grado, andrà a recuperarglielo.
In segreteria scorgerà il maestro supplente intento a far girare le lancette dell’orologio sequestrato, all’indietro però, non per far passare il tempo più in fretta, ma per tentare di frenarlo.
Questi, alla vista di Mosca, se lo nasconderà in tasca, “-se lo avessi qui con me ve lo restituerei, ma credo di averlo lasciato a casa, mi dispiace.-
Che bugia grande la tua, vecchio maestro!
Buon per te che l’orologetto è finto e non si sente il tic tac nella tasca…
”.
Il maestro supplente consegnerà l’orologio alla direttrice, e dalla direttrice si recherà Mosca per l’ennesimo tentativo di farselo restituire.
Passando davanti alla segreteria scorgerà il maestro supplente intento al suo lavoro, “più curvo, oggi, più vecchio: perché non ha più l’orologetto che lo faceva tornare a vent’anni fa”.
L’ufficio della direttrice, di ogni direttrice, è sempre semibuio, inverno e estate, la direttrice ha i capelli bianchi, sulla scrivania un orologio che scandisce il tempo con rintocchi netti, la foto di una bambina con accanto un fiore.

Mosca pensa ai vecchi maestri, che mandano indietro le lancette degli orologi, e ai ragazzi che invece le mandano avanti perché non hanno paura di non vedere la primavera e sono sicuri che dopo gli esami correranno per i prati scrollandosi di dosso tutte quelle date che a fatica gli erano rimaste attaccate nel cervello. “Fra le margherite e i papaveri qualcuno troverà, meravigliato, un 1849 con un grillo nascosto nell’occhiello del 9”.
E da quegli stessi prati faranno ritorno chiamando “madonnelle” le coccinelle perché così le hanno sentite chiamare da una bambina dai capelli biondi tenuti insieme con dei nastrini, e i vecchi maestri che lo segneranno come errore, così come segnano errore se in un dettato trovano scritto, “ieri, appena sono entrato, in classe, il maestro mi ha sgri dicendomi…
Che vuol dire quello sgri? Vuol dire sgridato, vuol dire che è passata una mosca mentre il ragazzo stava scrivendo quella parola, una delle prime mosche di primavera, e allora, tanta è l’attrazione che esercitano questi insetti sui ragazzi, il dato è rimasto nella penna.
Per i vecchi maestri, immemori delle mosche della loro fanciullezza, conta come un errore, ma non per i giovani, che hanno mosche recenti nel loro passato
”.
Dopo questa visita che ha evocato così tanti ricordi, Mosca lascia la sua vecchia scuola, appena uscito troverà le nonne già li ad aspettare l’uscita dei nipoti, largamente in anticipo sulla fine delle lezioni.
Anche la volta che aveva lasciato l’ufficio della direttrice, senza aver recuperato l’orologio, era uscito di scuola in anticipo per comprarne uno nuovo in cartoleria e restituirlo all’alunno, e le nonne erano già lì, “le nonne sono sempre le prime ad arrivare. Sono le più impazienti di rivedere i ragazzi, forse perché pensano che tra poco non li vedranno più, e non vogliono perdere neppure un minuto. Poi arrivano le mamme, che hanno molto tempo, ancora. Ultime le sorelle e i fratelli grandi”.


recensione di Lorenzo Mercatanti

Lorenzo Mercatanti

Lorenzo Mercatanti

Ridi ridi... Una tragedia umana e sportiva.