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Maru Barucco e l’ukulele – Recensione di Ludovica Ricceri

“Avevo un po’ di morte nei ginocchi ed un buco negli occhi”: se ascoltate o leggete una frase del genere, probabilmente, vi chiedete cosa diavolo voglia dire.
Se poi la stessa frase la ascoltate accompagnata dalle note allegre e leggere di un ukulele e con un pizzico di fantasia in più, forse continuerete a porvi lo stesso interrogativo.
È certo, in ogni caso, che vi strapperà comunque un sorriso.
Maru Barucco ha soltanto ventidue anni ed è già una cantautrice, una musicista ed una liutaia eccezionale.
Ha portato la sua musica in giro dal Nord Italia alla sua bella Sicilia, insieme ad un fedele dinosauro di gomma ma, soprattutto, insieme a Salvo Cantarella, che la accompagna con chitarra, tastiera e xilofono.
La prima volta che ho avuto la possibilità di essere presente ad un suo concerto, e quindi di scoprirla, ho pensato: “non ho capito niente, ma è fantastica.”
Le sue canzoni parlano di amori passati e finiti, forse mai esistiti, di affetti costanti, di sogni, di mancanze e di paure. Ma anche di melograni, di vicini strampalati e di coinquilini che non consiglieresti a nessuno, di dinosauri, di vegetariani e di kebab, di treni, di multe, di pancakes e di tante altre cose che, messe insieme, danno vita ad un disordine estroso e sempre divertente.
Esistono le canzoni tristi, e poi esistono le canzoni tristi suonate con l’ukulele: una di queste è Via Oberdan. “Stare con te era come starnutire in una biblioteca“: anche un accostamento del genere, grazie al suono raggiante dell’ukulele, appare leggero e quasi cela la malinconia della quale è intriso.
Tutto ciò che scrive è una vivace ma delicata metafora della sua vita nella quale, allo stesso tempo, è facile ritrovarsi.
Parole in musica che ricordano un po’ delle poesie, che fanno ridere ma riflettere e, soprattutto, che non stancano mai.

Voto: ●●●●○ e mezzo

recensione di Ludovica Ricceri