lubiana #1

Di Lubiana mi ricordo un vecchio signore alla fermata del bus numero 6, incapace di pronunciare una sola parola di inglese. Cerca di darci l’indicazione della fermata a cui scendere e del mezzo successivo su cui salire in sloveno e con l’ausilio dei gesti. Ricordo anche la fatica, prima del signore alla fermata, di trovare parcheggio. Ci siamo persi in una strada di campagna poco fuori città, stupiti dalla bellezza delle villette a schiera che abbellivano il quartiere. Siamo saliti sull’autobus, alla fine, insieme al vecchio signore. Ci ha indicato sulla mappa un punto e poi ha indicato se stesso. Abbiamo creduto che il messaggio fosse: scendete dove scendo anch’io. Abbiamo avuto ragione, perché ci ha tenuto d’occhio per tutto il tempo, sorridendo. Non era l’unico a sorridere e, forse, a prenderci in giro: una dozzina di italiani carichi di bagagli, accaldati e goffi, alla ricerca di un famoso ostello del centro, una struttura che molto tempo fa ospitava delle carceri, celle e stanzette che ora sono diventate alloggi per turisti. In alcune stanze ci sono ancora le grate, lo spazio è minimo, ma la bellezza è tanta. Più di 80 artisti, sloveni e non, hanno deciso negli anni di dedicarsi al restauro di ognuna delle celle dell’edificio, così che al fastidio per la mancanza di spazio si possa sostituire un senso di meraviglia, ammirazione e misura. Di Lubiana ricordo il quartiere in cui l’Hostel Celica sorge: un agglomerato di edifici eccentrici e dalle fattezze surreali, decorati anch’essi con le opere d’arte di numerosi artisti della street art, della pittura e della scultura.

Ricordo poi il giro in traghetto sul fiume Ljubljanica e quella guida gentile che ha provato a recuperare un po’ del proprio italiano per raccontarci la storia della città, la sua posizione strategica fra l’est e l’ovest del vecchio continente, la media di età sorprendentemente bassa dei suoi abitanti, “perché Lubiana è una città giovane, di studenti, e di grande fermento culturale”. Tutto vero, il nostro amico ha ragione, lo si respira. Lubiana è, sì, giovane e vecchia, e sorprendentemente europea nel suo tentativo di mantenere viva la propria storia, sui suoi tanti ponti o in certe vie del centro, i cui edifici sembra non siano stati intaccati dai secoli. Ricordo la funicolare, su fino alla cima dell’antico castello, e la vista mozzafiato, soprattutto al tramonto, soprattutto con gli amici a fare da contorno.

Mi ricordo di aver scattato centinaia di fotografie, alle sculture, agli edifici, al Museo dell’Autostop o alle decine di scarpe appese ai fili della luce, in una strada poco lontana dall’ostello. Colpa degli studenti Erasmus, di queste anime erranti e in fuga dalle costrizioni della civiltà e della vita adulta. Ho alzato gli occhi per guardare meglio: su un paio di Converse rosse e sgualcite, nella striscia di gomma laterale che collega la tela alla suola, era scritto a chiare lettere: “Erasmus 2015“. Poi un cuore. E poi il nome di Lili. Di fianco un paio di sandali di cuoio e perline. Forse sempre di Lili, o di quell’amica straniera che ha incontrato il primo giorno di lezione e che andrà a trovare per Natale. “Faremo una ritrovo Erasmus, una grande festa tutti insieme in una città europea. Decideremo quale”, si saranno dette in inglese alla stazione, prima di abbracciarsi e andare via. Le loro scarpe sono ancora lì, non si arrendono al maltempo o alla forza di gravità. Forse sperano che non lo facciano nemmeno le proprietarie. Ricordo molto bene quella via, così come ricordo la piazza del centro in cui d’estate un meccanismo di irrigazione produce pioggia artificiale per i più accaldati. Un segnale stradale, un ombrello nero su sfondo blu, lo preannuncia, insieme alla dicitura: tipico clima di Lubiana. Così i ragazzini o i turisti spiritosi passano sotto il getto d’acqua di corsa o in bicicletta e ridono. Ridono senza un particolare motivo, ché starsene sotto la pioggia senza protezione di solito non fa ridere nessuno. Eccetto certe anime particolarmente libere e leggere. Eccetto a Lubiana, in una piazza del centro, una sera di fine estate, con un gelato in mano, lo zaino in spalla e un paio di scarpe bucate nei piedi, da appendere al prossimo filo della luce. Michael. Estate 2015. Nel lancio proverò ad affiancare le Converse di Lili, per essere sicuro di lasciarle in buona compagnia.


testo e foto di Michael Micci

Michael Micci

Michael Micci

Sono quello seduto che osserva, con le dita già sporche d'inchiostro.