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Le luci della centrale elettrica, Milano, 26/03/2015 – Recensione di Michael Micci

Quanti occhi e quanti fondali oceanici si sono illuminati di fronte alle “luci” del Circolo Magnolia di Segrate (MI) e del penultimo concerto del Firmamento Tour di Vasco Brondi. Il cantautore ferrarese (a.k.a. Le luci della centrale elettrica) comunica come pochi, comunica talmente bene che è difficile uscire da un suo concerto senza mettersi a parlare come lui, cercando le metafore più strane e perturbanti per esprimere i propri terremoti interiori, il proprio rumore di fondo.
Vasco Brondi sa comunicare: cosa nota, direte voi. Senz’altro, ma cosa importante, essenziale per capire come un concerto piuttosto breve (poco meno di un’ora e mezza), con una scaletta quasi mai interrotta da comunicazioni con il pubblico, si sia rivelato comunque un’esperienza unica, una vera scossa sismica. Ecco, ci sto già ricascando.
Vasco Brondi è il suo linguaggio, prima ancora dei suoi arrangiamenti, è quella concatenazione schizofrenica di parole, l’evocazione costante di immagini ruvide e macchiate dal fango di provincia, che non è molto diverso da quello di città, soprattutto di questi tempi. Dietro al flusso costante di pensieri frenetici e surreali, di metafore oscure, figlie di una miseria personale, restano sempre sullo sfondo i flussi di “gente senza lavoro e di compro oro”, come una tragica invasione di niente, a cui tutti sentiamo di dover sfuggire (“questa città non ci morirà fra le braccia”). Vasco Brondi ha spesso rifiutato l’etichetta di cantautore generazionale, ma è innegabile che l’Italia che incornicia le sue storie sia il Paese di tutti. Per questa ragione le parole delle canzoni diventano nostre e nel tragitto verso casa, a fine serata, mi ritrovo a fermare lo sguardo sulle luci lontane di una Brianza industriale sempre più incazzata, nera come il fumo delle ciminiere e come la notte che la cinge e la fa stare zitta, almeno per qualche ora, le mette un bavaglio di seta sulla bocca.

Le luci di Ferrara sono anche queste luci e le vite che fanno “la lotta armata” fra la Terra e la luna si somigliano tutte, talmente tanto che Vasco è stato in giro a suonare con successo per un anno intero, dedicando una porzione di tour al Sud e raccogliendo anche per quest’ultimo progetto, Firmamento, un enorme riscontro. Milano è stata costretta a replicare e entrambe le date hanno raggiunto il sold out con discreto anticipo.
La fila è lunghissima, all’apertura dei cancelli: tutti i ragazzi sono lì, riuniti, tutte le catastrofi schierate. Brondi propone una scaletta serrata di ventitre brani, fra vecchi successi, cover e nuove poesie. Non si risparmia, è una cavalletta, salta da una parte all’altra del palco e persino sul pubblico, cercando di risentire ogni parola e ogni nota forte dentro, come nel momento in cui sono state scritte. Le poche cose che dice riguardano la presentazione di un alcuni pezzi e sono più o meno le stesse di tutte le altre tappe del tour. Ma i discorsi sono quasi fuori luogo, per il semplice fatto che il coinvolgimento emotivo è totale già durante l’esecuzione dei brani. L’universo di Vasco è tutto riversato in quello strano connubio di accordi e parole. Per Firmamento il cantautore ferrarese si è circondato inoltre di musicisti sublimi, con cui ha riarrangiato parte del materiale e che hanno reso ancora più semplice l’immersione di massa nel tempestoso mare brondiano: Federico Dragogna (i Ministri) alla chitarra e Matteo Bennici al basso rimescolano le carte, dando una veste più elettronica al repertorio e suonando fino a sentir male alle braccia. Certi accompagnamenti di batteria, firmati Paolo Mongardi (ZEUS!), posano con grinta ed eleganza la ciliegina sulla torta di un live musicalmente perfetto, forse solo troppo corto.
Sul resto spiccano il duetto con Giorgio Canali (su Messico senza nuvole), che ha anche curato con esperienza l’opening act, aggiungendo litri di buona musica e liriche affilate all’insieme, e una Macbeth nella nebbia stravolta in modo brillante, molto vicina, in questa veste, all’ultimo singolo di Costellazioni (La tempesta Dischi, 2014), Ti vendi bene.
Infine, Vasco decide di salutarci immerso nella luce dei fari bianchi alle sue spalle, durante l’onirica La terra, l’Emilia, la Luna. Fino alla luna ci arriviamo proprio tutti, mentre Brondi, sagoma nera davanti a fasci di luce accecante, per un attimo sembra volersi davvero travestire da messiah di questi cazzo di anni zero. D’altra parte, dovesse essercene uno, sarebbe di certo lui.
Gira voce che per colpa del successo sia persino diventato felice. Alcuni sussurrano che dopo questo tour voglia sparire. Insomma, di Brondi si parla già come si parla di un mito. Forse perché la sua musica ha messo a nudo l’assurdità del nostro presente, ma è diventata anche la colonna sonora di un nuovo sogno di rivoluzione. Partigiano, portaci via.

Voto: ●●●●○

Michael Micci

Michael Micci

Sono quello seduto che osserva, con le dita già sporche d'inchiostro.