La luce, a volte


“La luce, a volte” di Filippo Davoli, Liberilibri Editrice, 2016 – Recensione di Bernardo Pacini

Se il titolo di un libro di poesie ne è la mycoderma aceti, se davvero il diapason vibra la nota sulla cui frequenza si snoda la corda di tutta l’opera, allora è, o parrebbe chiaro che il nuovo lavoro di Filippo Davoli sia un libro di luce. Lo precisa Massimo Raffaeli nella prefazione, sottolineando il percorso di Davoli che, a partire dagli esordi di Alla luce della luce – nella circolarità ossessiva di temi che è propria dei libri dei poeti – approda ora al lume “intermittente e persino fortuito” di La luce, a volte (Liberilibri 2016). Ma prima di questo sintetico e corretto studio della modulazione della luce nei libri di Davoli, Raffaeli, proprio in limine al testo, aveva individuato quello che – anche a parere di chi scrive – è proprio il punto nodale di La luce, a volte: il suo movimento concentrico, l’evento ora vorticoso ora lento che lo tiene in perfetto equilibrio. Inutile dire che, se questi sono gli schizzi preliminari, l’emblema che per primo viene alla mente è quello di un faro sulla riviera adriatica.
Ma davvero il cerchio è la figura geometrica intorno alla quale ruota questo libro: e circolare non è solamente il criterio con cui è costruito la raccolta o la singola poesia, ma anche il paradigma semantico a cui il poeta attinge con maggior libertà. Una rilevanza non sottoposta al caso, assumono i numerosi spazi circolari o conchiusi dove si svolge la scena: le cale, gli orti, le isole e le piazze di paese, ma anche i tavolini di bar e ristoranti, le giostre dei luna park, gli ombrelloni aperti e “i girotondi smorti della rena”, i gorghi, i vortici; infine, decisiva, con le sue fasi, la luna – metafora per la madre, leopardianamente scrutata con desiderio inesaudito di conoscenza.
La ragione poetica di questo lavorìo centrifugo e centripeto, è il rapporto di Davoli con la memoria della propria storia: con un compasso è inciso, nel testo, il punto d’inizio (solitamente afferente a una circostanza del quotidiano o a un pensiero particolarmente luminoso) da cui si traccia un cerchio imperfetto. Poco importa se una parte della figura sprofonda in una zona buia della pagina: il segno tracciato dalla mina si ricongiungerà al punto di inizio per chiudere il cerchio. Compito del poeta farlo.

Ossifica la parola, rendila acerba
perché conduca a una stabilità.
Regredisciti in essa fino a sparirti
come la riga che discontinua tracci
sul malcerto quaderno.

Questa forte ipallage ricorda proprio il gesto imperfetto di un compasso, che è l’immagine ideale per descrivere la scrittura di Davoli, imprecisa non perché difetti di qualcosa lo studio della forma, ma al contrario, per esigenza conoscitiva e forse, per la ricerca di una nicchia ironica da cui guardare il farsi e disfarsi della propria memoria, come si osserva il movimento sempre uguale e immobile di una spirale cosmica. Così si spiegano i numerosi ritorni descritti da Davoli, ritorni di qualcosa di ignoto, che non è mai accaduto, un evento, una parola, un’immagine di cui il poeta si scopre immemore, ma sa che c’è, ed esiste: come la luna piena che torna dopo molti giorni o la luce del faro che gira e, per un attimo, scompare per riapparire, a volte. Il cerchio, per filosofemi, significa spesso la logica della Storia, ma che dire quando la propria storia non è salvata da alcuna logica?

La risposta è un topo, anzi, tre topi. Caproni ha scritto:

Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica.

Filippo Davoli

Davoli coglie alla lettera il correlativo oggettivo, e di topi scombinanti la logica nel suo libro ne mette tre, anche se dissimulati significativamente con sinonimi: uno è un “sorcio” che tira “dritto sotto i tavoli”: è lui, distraendo il pubblico mentre infila un tombino, ad avere la chiave di un’altra ripugnante città o di un mondo, del “suo mondo”. Il secondo topo è ciò che resta di una “pantegana” morta che, nella memoria del poeta è l’oggetto della pietà giocosa di un gruppetto di “bambini con gli occhi tersi”, che sotterrandola, “così come i grandi occultano il dolore”, considerano finito il gioco. Il terzo non è un sorcio o una pantegana, ma un topo osservato da un gatto: eppure, no, dice Davoli, “non è un topo o una lucertola che guardi / Da tempo non ti fermi sulle cose, in esse scruti / il tuo stesso trascorrere”. Ed è il topo che diverte, devia, che in questa poesia porta al suo vertice il dolore del poeta per “i ritorni qualunque”: “Oh che dolore / non accorgersi che ognuno di essi non torna”.

Dunque, le storie cantate da Davoli, quelle che vale la pena strappare al silenzio, sono tutte evasioni dalla forma, scombinamenti della logica del dolore, l’eterno, quotidiano ritorno dei ritorni impossibili. È per questo motivo che il libro è denso e straripante di un gran numero di squassamenti, evasioni, penetrazioni, infiltrazioni, trafitture, sovrabbondanze, esondazioni, metamorfosi, sconfinamenti, dissesti, infestazioni, travolgimenti, troncamenti, cortocircuiti, sganciamenti, disfacimenti, passaggi segreti… chi ha letto o leggerà il libro può verificare la presenza puntuale nel testo di ciascuna di queste azioni.

Si direbbe che questo tipo di dinamica, declinata in una serie infinita di variazioni, si configuri come la norma poetica che sostiene l’intima architettura affettiva di questo libro. Raffaeli parla per Davoli di una poesia “capace di apertura e, per etimologia, di sapienza”, ed è esattamente questo il tentativo del poeta: la rottura del cerchio, ciò che per molto tempo è stato solo un gioco – perché “sin da piccoli / abdichiamo all’amore che contiene la vita” – è ora il verso, la misura e il ritmo della poesia, il “dolore minimo degli occhi” che è in grado di lasciare “piano le ombre, appena / ricongiungere l’orma”: versi di estrema delicatezza.
Ben nascosto al centro del libro, sta il movimento circolare più importante tra quelli descritti da Davoli: l’abbraccio, l’unico spazio di spossessamento dove ciò che si spalanca può trovare il sollievo di un’accoglienza, di un’imperfetta chiusura che, anche se per poco tempo e con parole inadatte, sa dar luce ai canti più ombrosi della propria esistenza:

L’abbraccio era stato lunghissimo.
Fuori faceva caldo ma non si sentiva
tra le braccia accoglienti e coinvolte.
Di quell’approdo non saprei dire altro
se non che tanto l’avevamo desiderato.

Voto: ●●●●●


recensione di Bernardo Pacini