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Kurt Vonnegut – Articolo di Valentina Carlucci

Credo sia sempre difficile relazionarsi con dei mostri sacri, ma ogni tanto succede. Per scoprire Kurt Vonnegut c’ho messo davvero tanto tempo, e non è stata neanche tutta farina del mio sacco. Una persona mi ha presentato Kurt in un pomeriggio d’estate di tanti anni fa; in realtà ho sempre pensato in cuor mio che lui mi chiamasse da quello scaffale della libreria, come le sirene dell’Odissea, e io ho ceduto al suo fascino. La prima cosa ad avermi attratto è stato il titolo, poi la copertina con i colori sgargianti, ma queste sono tutte amenità: è il tipico occhio che vuole la sua parte. Quando mi sono relazionata a Kurt non sapevo nulla di lui, non sapevo chi fosse, perché scrivesse, se fosse ancora vivo addirittura. Ho iniziato a leggere Kurt partendo da La colazione dei campioni, che mi era stato prestato con la promessa di restituirlo nella stessa perfetta e identica condizione, di non farci “orecchie” a margine come segnalibro. L’ho letto in una vecchia edizione italiana di Feltrinelli, che adesso non viene più pubblicata e non si trova neanche più in circolazione. Ho scoperto mesi dopo che tutti iniziano a leggerlo da Mattatoio n5, il suo più famoso, e io al solito ho fatto le cose al contrario. La persona che mi ha presentato Kurt ha un suo disegno tatuato sull’avambraccio tratto proprio da questo libro: “è un buco di culo in realtà” mi ha detto. Ho riso incredula e poi ricordo di aver pensato subito dopo “credo già di amare questo scrittore”. Quello con Kurt è stato quello che tutti gli studiosi del genere definirebbero “amore a prima vista”. In più ho sempre avuto un debole per gli scrittori americani, da Twain a Salinger, Kerouac e Pynchon per poi passare a William Burroughs e Gore Vidal, tutti loro sono le colonne saldissime, e Kurt era il mio anello mancante.

Anni dopo questo evento ho ritrovato in una città del nord Europa un’edizione in lingua, che ovviamente ho preso subito, portando il volume al petto fino alla cassa e dal tragitto libreria-casa, senza mai smettere di stringerlo.
La colazione dei campioni ha anche un sottotitolo Goodbye blue monday tradotto con Addio triste lunedì. Il blue monday è il terzo lunedì del mese di gennaio, ed è considerato il giorno più triste dell’anno. E quando ci si sente tristi si usa dire in inglese “feeling blue”.
Dopo aver letto il libro ho scoperto la persona.
In breve e senza togliervi la sorpresa: La colazione è un libro di circa 290 pagine, ogni pagina (quasi) riporta un disegno dell’autore.
Il libro inizia così:
Questo è il racconto dell’incontro di due uomini bianchi, solitari, macilenti e abbastanza anziani, su un pianeta che andava rapidamente morendo“.
I due uomini in questione sono Kilgore Trout e Dwayne Hoover.
Kilgore, ho poi scoperto leggendo altre titoli, è un personaggio che ricorre spesso nelle opere di Kurt. È uno scrittore di fantascienza, e i suoi racconti vengono pubblicati su riviste pornografiche, mentre Dwayne è un venditore di macchine.
Si incontrano in questa cittadina americana, immaginaria, durante un festival della letteratura.
Il libro ruota intorno alle ore passate prima che i due si incontrino, in un bar sperduto in stile Hopper. Kilgore è un personaggio abbastanza sulle righe, arriva a Midland City in autostop. Dwayne invece aspetta Kilgore, freme per incontrarlo e parlare del suo libro, intitolato Ora si può dire, libro che ha letto e che allo stesso tempo lo sta facendo sprofondare in uno stato di ansia/paranoia/pazzia. Dwayne crede di essere rimasto l’unico essere umano ancora libero e dotato di libero arbitrio in un mondo popolato da robot.
Notate bene: il libro è stato pubblicato nel 1973. E avrete già intuito che Kilgore è in realtà l’alter ego di Kurt.

La colazione è un feroce, quanto ironico, attacco alla società americana. Kurt è un moralista, è l’ultimo grande moralista della storia e della letteratura americana. Ha vissuto la seconda guerra mondiale sulla sua pelle; era a Dresda quando gli alleati hanno bombardato e ucciso buona parte della popolazione civile (si è salvato solo perché rinchiuso in una grotta sotto un mattatoio, e da qui fate 2+2. Mattatoio in seguito è stato anche bandito dalle biblioteche americane, pensate un po’). Ha vissuto esperienza traumatiche che è riuscito a mettere su carta trasformandole totalmente. Come sempre i traumi sono l’elemento cardine della vita di certi mostri sacri, ti rendono una persona piena di zone di luce e di ombra, forte e debole allo stesso tempo, e ti regalano una visione totalmente diversa, non dico più giusta ma più cosciente della realtà. E allo stesso tempo i mostri non sono più così tanto sacri, quel sacro nell’accezione di intoccabile come certi santi del medioevo, bensì si avvicinano tanto alla nostra vita, così tanto da farci sentire meno soli.
Ma andiamo con ordine.
Il titolo è preso da una marca di cereali. Qui ci scontriamo già con una critica ai mass media, ebbene sì già all’epoca, e all’effetto della pubblicità. Questo elemento, a posteriori, mi ha ricordato in particolare l’opera dell’artista Robert Gober, per un semplice motivo: ci sono un sacco di artisti che hanno fatto sentire la loro voce su questo tema, sul bombardamento mediatico che subiscono i nostri cervelli ridotti in pappa dalla pubblicità e non solo, ma l’opera di Gober è quella che si avvicina di più a quello che intendeva dire Kurt. L’opera in questione è questo enorme pacco di farina marca Pillsbury. Sulla confezione c’è il faccione di questo bambino che si porta alla bocca un cucchiaio con un pappone cucinato con la suddetta farina. L’idea che dovrebbe trasmetterci è che questa farina è sana, è buona, è un nutrimento che fa bene ai nostri figli. La faccia del bambino però ha le occhiaie, ha la bocca spalancata come un mostro pronto a divorarti e i denti non allineati, gli occhi sono totalmente allucinati. L’installazione di Gober quindi ci fa arrivare ben due messaggi diversi, ed entrambi abbastanza disturbanti. Ecco, Kurt intendeva fare la stessa cosa quando ha scelto il titolo.
I disegni all’interno del libro sono sì realizzati dalla mano di Kurt ma pensati dalla testa di Kilgore.
Oggetti di uso comune e parti del corpo come appunto il già citato buco di culo, che tra una paragrafo e l’altro creano uno straniamento totale nel lettore. Come se gli oggetti disegnati fossero così lontani da noi che devono esserci spiegati passo passo. È come se provassimo un po’ quello che prova Dwayne dopo aver letto le storie paradossali di Kilgore. La fantascienza di Kilgore non è altisonante o intricata per il lettore. La presenza di entità aliene, robot, mondi nuovi et similia sono soltanto il mezzo narrativo che Kurt tramite Kilgore usa per metterci davanti a ciò che è diverso da noi, per farci abbattere il pregiudizio, spogliarci e farci sentire dei vermi assoluti. Il più crudele dei metodi educativi.
La colazione rivela una volontà di fare satira e ironia molto caustica su temi quali il razzismo, la società e la politica americana. Allo stato attuale delle cose non vi sembrerebbe una lettura innovativa di per sé, seppur datata; è innovativo però il modo in cui Kurt realizza questa volontà. E no, non sono solo disegnetti. Il suo messaggio è sempre forte e chiaro, non è mai ambiguo. Sbatterci in piena faccia il disegno di un buco di culo così com’è e aggiungere:
Questo libro è il regalo che mi faccio per il mio cinquantesimo compleanno. Mi sento come se stessi superando il culmine d’un tetto… dopo essermi arrampicato su per una delle falde. A cinquant’anni sono programmato a comportarmi in modo infantile: vilipendere il “Vessillo a stelle e strisce”, scarabocchiare una bandiera nazista, un buco di culo e tante altre cose“.

Il punto di svolta è che Kurt è il primo ideologo della sfiducia nel genere umano in quanto risultato di un processo strutturante. Kurt è un de-evoluzionista. In Galapagos è arrivato addirittura a sostenere che l’essere umano, come specie, ha troppo cervello e tutti questi chili di cervello sono un problema. Ma badate bene: Kurt non ci vuole più stupidi; il punto è che secondo lui gli uomini sono diventati troppo complessi, e soprattutto hanno troppe opinioni, e tutto questo è colpa di un certo tipo di evoluzione che ha preso una china sbagliata. E no, non è il classico pessimista o misantropo che diventa l’emblema che piace tanto agli hipster.
E scusate se mi sono permessa di averlo chiamato per nome per tutto questo tempo ma per me è un secondo padre. Un padre controverso, certo, ma un padre.

Kurt è morto a New York, dove si era trasferito anni addietro, nel 2007. Tom Wolfe, colui che per la cronaca ha creato il termine “radical chic”, ha detto di lui nel giorno della sua morte «Kurt Vonnegut è stata la cosa più vicina a Voltaire che abbiamo avuto negli Stati Uniti».
Kurt mi manca così tanto che seguo un bot su Twitter che pubblica frasi tratte dai suoi libri.
Leggetelo, fatevi del bene.
And so it goes.


articolo di Valentina Carlucci

Valentina Carlucci

Valentina Carlucci

Fotografia, tatuaggi, storia dell'arte, punk hardcore e dolci fatti in casa.