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Il Killer e la signorina” – Racconto inedito di Eva Clesis

(a Stef)

Fu un venerdì, alla diciassettesima ora del diciassettesimo giorno del mese e nel decimo mese dell’anno, che lei bussò alla sua porta per quattro volte come il destino.
In un pomeriggio di pioggia, con il cielo scuro e il traffico acceso, fuori, dentro il niente diventò quando lei entrò.
Era una signorina dal vestito nero e la pelle bianca, era una bambola delicata.
Il pauroso sicario, seduto, fumava il suo sigaro e guardava. Non era solo una signorina con un vestito nero e la pelle bianca. Aveva anche capelli biondi e lunghi, e grandi occhi azzurri, con una singola autentica lacrima a brillarle sulla guancia sinistra. Non ne aveva mai vista nessuna così. Forse una così. Questa era una signorina in nero, non una signorina da tutti, e forse era come nessuna, ma fragile e graziosa, spaventata e silenziosa. E oltremodo triste. Il sicario espirò, la nuvola grigia di fumo la incorniciò, e in pochi attimi lui si commosse per quel quadro.
Perché lei era una giovane bellezza che non vorresti vedere piangere, né vorresti vedere mai lì.
Ed era una giovane da ballo, da teatro o da swing.
Era la bella che vorresti in una sera di storie e di gin.
Chi le aveva fatto del male aveva peggiorato il mondo. E infatti lei piangeva, perché il mondo non è ‘sto gran posto, è un posto sporco. Chi ti ha fatto piangere? mormorò il sicario.
Perché. Parola mia. Lo ucciderò.
Lei si sedette e annuì, asciugando i suoi grandi occhi con una rosa di fazzoletto. E raccontò di tutti gli uomini che le avevano fatto del male. Avrebbe pagato, però, ma il sicario si commosse e innamorò, e disse: dopo.
E le promise, parola sua, che li avrebbe tutti uccisi per lei.
Allora la signorina parlò del patrigno, violento e ubriacone. E il giorno dopo il sicario lo ammazzò.
E gli parlò del professore, quel gran maiale. E il sicario lo ammazzò il giorno dopo ancora.
E gli parlò del suo capo, un vero aguzzino. Che tre giorni dopo il sicario ammazzò.
E gli parlò del fidanzato, quel brutto traditore! Che il sicario ammazzò a quattro giorni.
Ma più di tutti, sapeva lui di chi era la colpa? Gli disse la signorina il quinto giorno, a prove provate e foto scattate (e ancora piangeva). Del padre farabutto, che l’aveva abbandonata da bambina.
Fa il sicario, gli disse, e quell’uomo sei tu!
Allora il vecchio killer la abbracciò e, parola sua, il sesto giorno si ammazzò.


racconto inedito di Eva Clesis