il giardino dei tarocchi
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Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle a Capalbio (GR) – Articolo di Michael Micci

Lettera a Niki de Saint Phalle

Marzo 2015. In un grigio pomeriggio austriaco cerco distrazione frugando nei vari cassetti della stanza. A un certo punto, mentre una tazza caffè si raffredda sotto la finestra battuta dalla pioggia, una vecchia cartolina colorata mi finisce per caso fra le mani: c’è un disegno in superficie, ma non devo sforzarmi di ricordare a chi appartiene. Niki de Saint Phalle. In un attimo sei di nuovo qui, di fronte a me. Che strano, erano alcuni anni che non pensavo a te e al tuo segno nel mondo: creazioni variopinte che si sono fatte marchio, nel tempo, della tua unica visione. Passeggiare sui sentieri del tuo Giardino non è come starsene accalcati nel museo di una capitale, lo ricordo bene. Tu, quando è stato il momento, hai scelto di nasconderti nel bosco per creare il tuo rifugio. Hai scelto l’onestà della Maremma toscana per costruire la tua opera più imponente e più importante, il Giardino dei Tarocchi.

Oggi il destino si è messo in mezzo e non posso proprio fare a meno di ricordare. La prima cosa a cui penso sono le tue parole: nette, taglienti e incise a mano sul cemento, sul vetro e sulle ceramiche colorate del Giardino. Lo scorso ottobre avresti compiuto ottantaquattro anni. Il fuoco del tuo genio ha bruciato con vigore sino alla fine, ma la tua mente è sempre stata carica del peso del sentire, di quella ricettività verso l’essenza profonda delle cose che tanto spesso grava sugli animi più estremi e più brillanti. Quando penso alla tua arte penso alla femminilità, in senso assoluto. Con le tue creazioni più famose, le Nanas, e con le sculture smisurate che danno vita al Giardino, hai saputo attraversare il femminile, accoglierne in egual misura la sacralità e l’erotismo. A lungo ho ammirato la tua Nana che balla, la piccola “donna cannone” che su un piedistallo, a Capalbio (GR), sorride e gioca a essere una piuma. Aspetta, ma sorride? Non si sa. Alle tue grandi donne curvilinee non hai mai fornito un volto. Non serviva. Nel loro slancio corpulento verso il cielo, nella delicatezza delle forme, io però ho sempre visto il trionfo della vita: una dimensione corporea ingombrante, per una vitalità strabordante. Per me sorridono tutte.

Dentro al tuo parco artistico hai ricreato, in anni di duro lavoro, le figure fondamentali degli arcani maggiori dei tarocchi, trasformando la Toscana nell’ultimo porto in cui far approdare le tue visioni. I significati esoterici e simbolici delle carte si declinano attraverso alte sculture, quasi tutte percorribili, alcune persino abitabili, avvolte esternamente e internamente da mosaici dai colori sgargianti, ceramiche e specchi frantumati, capaci di dar luce e vertigine a intere stanze e di moltiplicare lo sguardo dell’osservatore. Come nel mondo reale, anche nel Giardino la realtà si sbriciola e si mescola all’imperfetto: l’arte che lo abita interroga il trascendente, ma allo stesso tempo non può fare a meno di sporcarsi di sentimenti semplici e umanissimi. Molte piastrelle sono diventate pagine privilegiate su cui dipingere i tuoi pensieri, mentre i sentieri di acciottolato, che conducono da una figura all’altra, argilla per le tue incisioni. Frasi, schizzi, suggestioni e citazioni, come finestre aperte sulla tua vicenda personale di donna, prima che di artista. Numerose anche le notizie sulla costruzione del Giardino, come se il luogo fosse in continuo divenire, pensato per raccontare se stesso. A una lapide di ceramica, posta all’ingresso di questo piccolo mondo, hai poi affidato il tuo manifesto e le tue speranze più sincere verso il destino dell’arte, così che ogni visitatore potesse leggere e capire.
Personalmente, non sono sicuro di essere riuscito a cogliere tutti i segreti della tua fragile opera, ma senz’altro ho gioito nell’abitarla per qualche ora. Il tempo si è fermato, nel tiepido pomeriggio di primavera in cui l’ho attraversata, ormai molti anni fa. Sentivo solo le gocce di pioggia fitta e sottile fra le foglie, insieme al potere dei colori e delle forme. Vibrava nell’intimo del Giardino un tale richiamo agli interrogativi necessari dell’essere umano, che ancora adesso mi disarma ricordare. Il tuo sguardo dona ancora luce a quel luogo, così lontano da dove sei adesso. Per questo il tuo ricordo è sempre vivo e noi ti parliamo ancora.




«Non molti comprendono che il Giardino è una fragile opera d’arte con i suoi specchi, vetri e ceramiche, ha bisogno di una delicata continua cura. È questa la ragione per la quale il Giardino non può rimanere aperto tutto l’anno, senza un’adeguata manutenzione cadrebbe in rovina in pochi anni. E questa manutenzione deve essere eseguita dall’équipe che, avendo costruito il giardino insieme con me, ha acquisito l’esperienza e l’abilità di farlo con cognizione ed amore. Dopo aver lavorato per vent’anni alla progettazione di questa opera, non ho nessuna intenzione di vederne la delicata bellezza distrutta e vandalizzata. La mia visione del messaggio del Giardino è e rimarrà fedele all’idea originale. Sono orgogliosa di poter offrire al visitatore questa rara ricchezza e il tempo di assimilare e riflettere sullo spirito del giardino, senza esserne spinti affannosamente intorno come un branco di pecore. Coloro che traggono guadagno organizzando questo genere di visite in massa non entreranno mai nel Giardino. Noi non continueremo a dissacrare l’arte, ma la mostreremo come deve essere presentata. L’Italia è sempre stata uno dei miei grandi amori e desidero contribuire, con l’esempio, alla conservazione dei suoi innumerevoli tesori artistici e della sua eredità culturale. Il mio giardino è un posto metafisico e di meditazione, un luogo lontano dalla folla e dall’incalzare del tempo, dove è possibile assaporare le sue tante bellezze e i significati esoterici delle sculture. Un posto che faccia gioire gli occhi ed il cuore.»

Niki de Saint Phalle, 20 novembre 1997



Michael Micci

Michael Micci

Sono quello seduto che osserva, con le dita già sporche d'inchiostro.