franz krauspenhaar
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Grandi momenti” – Estratto inedito dal romanzo di Franz Krauspenhaar

Arrivo alla cava. Scendo. Come in un B movie degli anni 60 spingo la Jaguar con la portiera spalancata verso il burrone. Una sagoma poco definita nel nero. Ho un momento di forte eccitazione, che mi scalza per poco dalla mia vita deturpata da ogni vera emozione. È come prendere una serie di scudisciate da una mistress, questo prossimo sfascio. Sono io, quella Jaguar. Invece di uccidermi come essere umano, mi uccido come automobile d’ogni sogno. Sogni che sono diventati incubi da troppo tempo. La mia vita nuova è già diventata vecchia e ingombrante. Sono dentro con lo spirito di pochi mesi fa, con la mia infanzia ad arraffare macchinine Polistil in scala, a quell’abitacolo sportivo. Ancora pochi giri delle ruote, sopra la polvere, prima del burrone. Cade, rotola, si sfascia, in un rumore sordo, plana con il tettuccio. Barcolla, quasi ferma. Poi esplode.

11.

Forse sono pentito. Certo che distruggere la Jaguar è stato un atto potente, inaudito.
Sono a piedi, come prima di incappare in Stan Dolero, prima dell’incontro fatale con il mio editore da autogrill. Quando ero ancora una specie di idiota che credeva di poter diventare l’Albert Camus contemporaneo, che fumava tubolari di carta e tabacco nero di marca francese, si lasciava crescere i capelli grigi e poi bianchi fino alle spalle, leggeva i romanzi di Céline come altri leggono la Bibbia, quasi in ginocchio, con la rabbia in corpo, urlando e sputando il suo crepitante disagio. Quando tiravo fuori dalla mia fame un romanzo dopo l’altro, nemmeno fossi nel 1950 a Parigi, e stessi facendo la guerra a Butor dalla sua stessa postazione d’avanguardia.
Scrissi e pubblicai – ogni volta cambiando editore – La merce è rara, sorta di atto d’accusa alla società dei consumi fatta da un barbone della suburra romana malato di AIDS, Fatelo con i fuochi, la storia di un calciatore di serie B che impazziva e lanciava fuochi artificiali contro lo stadio della sua squadra durante una partita di Coppa Italia, L’immanenza continua ma fino a quando può, nel quale due fratelli fisici nucleari lottano uno contro l’altro all’ultimo sangue per scoprire la formula della vita eterna. Questi romanzi, soprattutto, mi fecero diventare noto come una sorta di “maledetto” difficilmente fruibile, uno “difficile” nella “fruizione” del “lettore medio”, soprattutto perché siamo tornati a calcare le scene di un analfabetismo di ritorno che dovrebbe farci pensare seriamente sul diritto dell’essere umano occidentale di continuare a vivere. In ogni modo, questi ed altri libri mi permisero di diventare uno scrittore stimato anche se poco letto, e dunque il contatto con Santiloni fu guaritorio, nel senso che divenni un uomo ricco, cioè che col proprio lavoro ci campava e benissimo, e certe frustrazioni più o meno svanirono. Anche se si istituì in me una frustrazione nuova, quella dello scrittore che col proprio nome non riesce a farsi strada, mentre vince e convince con un’altra identità, nemmeno fosse il figlio illegittimo fortunato di se stesso.
Le stampelle a Stoke non le toglierò mai. Farlo significherebbe denudare un personaggio capitale. Come togliere la ghigliottina a Robespierre e la perversione al marchese De Sade.


inedito di Franz Krauspenhaar (proprio oggi in libreria per Neo Edizioni)