euforia

Euforia di Lily King, edito Adelphi, 2016 – Articolo di Elisa Casaburi

Euforia, la sensazione che si prova quando il corpo torna a rispondere alle sollecitazioni sensoriali trasmessegli dalla natura e dal mondo circostante, la brama di inanellare le esperienze una dopo l’altra, fino a farne una collana di emozioni, l’alleggerimento che si prova dopo una conquista, il raggiungimento di uno scopo, di un traguardo che da tempo sogniamo di superare: chiudere un cerchio apertosi nelle radici della nostra esistenza, trovare la completezza e l’equilibrio, anche a costo di sacrificare il proprio Io pur di recuperare la nostra dimensione più autentica, il nostro Sé più profondo.
C’è tutto questo nel testo di Lily King e forse c’è anche qualcosa in più, la bellezza di coniugare la teoria antropologica, affascinante nella sua pretesa di definire adamiticamente l’universo e le sue creature, e l’applicazione pratica della medesima, con tutto ciò che di istintuale e spontaneo comporta. E come leitmotiv sotterraneo c’è l’amore, l’unica forza cosmica in grado di svelare all’individuo il significato recondito della propria esistenza sulla Terra.

Il libro ha una scenografia esotica: la storia è ambientata infatti nei territori adiacenti al fiume Sepik, in Papua Nuova Guinea, un territorio che negli anni Trenta rappresentava per l’Occidente l’”Ignoto“, una sorta di dimensione avulsa dalla civiltà, dove sopravvivono quegli impulsi e quei comportamenti che l’uomo bianco ha bollato come barbari ed ha represso in nome di un più alto principio superegoico, dalle sfumature etico–gnoseologiche, definito comunemente “Ragione” (o dal lessico psicologico inaugurato da Sigmund Freud “Super Io”). I protagonisti sono, con nomi diversi, tre personaggi importanti per gli studi antropologici novecenteschi: Margaret Mead (Nell), Leo Fortune (Fen) e Gregory Bateson (Bankson). La storia si apre con l’immagine di un uomo in crisi, Bankson, deciso a porre fine alla propria vita per i suoi insuccessi personali. Il protagonista, da circa due anni, stava studiando la tribù di indigeni Kiona, ma lo stadio di completa solitudine in cui si era venuto a trovare lo aveva gettato in uno stato di avvilimento e prostrazione tale da spingerlo a meditare una soluzione tragica e definitiva. Tutto sembrava aver perso senso, persino le sue ricerche, sino a quando egli incontrerà una coppia di antropologi, Nell e Fen per l’appunto, i quali riusciranno a coinvolgerlo nei loro studi di nuove tribù e a lenire quel disagio esistenziale che egli aveva maturato negli anni dell’ isolamento.
Tra Nell e Bankson nasce subito una particolare complicità: la stessa fame di emozioni e di esperienze, una speculare voglia di comunicazione e di contemplazione, un’onnivora vitalità e un metodico piglio professionale li accomuna. Tutto questo sarà la scintilla che accenderà in entrambe il fuoco della passione amorosa. Fen, nel frattempo, è troppo occupato a screditare la ben più famosa consorte e i sui progressi nelle scienze umane, troppo convinto delle proprie speculazioni teoriche e troppo inselvatichito dai contatti ravvicinati con gli indigeni.
Non gli sfuggirà tuttavia il coinvolgimento tra i due amanti, un rapporto che andava infatti ben al di là di una semplice connivenza intellettuale. La gelosia lo spingerà così all’insano gesto finale.

Leggendo questo libro ho avuto l’impressione di trovarmi realmente nei luoghi descritti, tanta è la capacità rappresentativa dell’autrice. Attraverso una prosa elegante e stilisticamente tersa, la King riesce infatti ad abbattere le pareti della finzione diegetica e a trasportare i lettori nel mezzo della storia, a far loro vestire i panni di avventurieri alle prese con vegetazioni intricate, fiumi sinuosi e popoli dai dialetti impronunciabili (numerose, a mio parere, le suggestioni conradiane e quelle tratte dalla letteratura di viaggio più conosciuta e apprezzata, da Chatwin a Cèline). Al di là della cornice esterna, la quale indurrebbe ad incasellare riduttivamente il romanzo nel genere avventuroso, in realtà il testo presenta numerosi spunti interpretativi: spaziando dalla sociologia all’antropologia, dai cultural studies alla storia, dalla tematica amorosa al confronto tra Occidente imperialista e società primitive, esso offre infatti la possibilità di letture molteplici e trasversali.
L’autrice non ci racconta soltanto la cronachistica sequenza delle varie fasi della spedizione dei tre studiosi alla ricerca di nuove tribù in Oceania, ma crea un intreccio narrativo, ricco di allusioni simboliche, in cui si incontrano e scontrano le aspirazioni personali, i progetti, le interpretazioni teoriche e le applicazioni pratiche delle teorie di ognuno dei protagonisti, posti questi di fronte all’ostilità di un mondo a loro ignoto e sottratto al dominio delle facoltà intellettive.

Negli anni Trenta l’antropologia muoveva i primi passi e non era ancora considerata a tutti gli effetti una scienza canonica. Lo studio delle tribù esotice, dei cosiddetti “selvaggi“, era avvertito infatti come un capriccio da soddisfare, tipico per lo più di uomini appartenenti ad uno strato sociale elevato, non come una disciplina sociologicamente utile e scientificamente attendibile.
La King usa invece il materiale tratto dalla narrativa di Margaret Mead per dimostrare come, in realtà, l’antropologia fosse un campo di ricerca che presupponeva, non solo grandi capacità critiche e di osservazione, ma anche grandi qualità spirituali, che fosse dunque un campo di indagine che si poneva nel punto perfetto di intersezione tra le scienze umane, passibili di interpretazioni diversificate, e le scienze esatte.
Nei testi dell’antropologa statunitense, oltre ad un’immancabile struttura argomentativa scientifico – dimostrativa, tipica della prassi ottocentesca di impianto positivistico, emergono così tratti lirici ed emozionali fino ad allora inediti nella saggistica o nelle scritture – documento. Il medesimo metodo di indagine fu utilizzato anche da Malinowski e da Lèvi – Strauss, due grandi figure dell’antropologia moderna. La natura ibrida del campo di ricerca, l’uomo, poneva gli studiosi di fronte alla problematicità delle sue strutture comportamentali, pensabili in termini biologici ed animici, ad una riflessione ancipite sulla ricorrenza e sulla conservatività di alcuni tratti istintuali, “debellati” dall’individuo civilizzato e presenti invece nelle tribù di paesi ancora vergini dal punto di vista della globalizzazione, ed, infine, allo svelamento di atteggiamenti innovativi, presi in prestito dai colonizzatori o importati proprio perché più utili alla sopravvivenza.
Ecco che la scienza, da metodo distaccato e anodino, diventa contatto e scelta, immersione totale nei fondali dell’umanità, conflitto vissuto in prima linea, scontro ideologico ma soprattutto confronto, accettazione della diversità, in nome della bellezza dell’individuo.

La narrazione è spesso interrotta da una serie di pagine, scritte con un carattere differente per essere meglio individuate (la storia è narrata infatti da Bankson, mentre le pagine in corsivo sono frutto delle riflessioni personali di Nell) che rappresentano il diario personale di Nell, dei commentarii in cui la giovane donna appunta episodi e situazioni emotivamente rilevanti: il fulcro delle sue note sembra essere sempre il rapporto costruito con gli indigeni da un lato, con Bankson dall’altro. L’amore per l’uomo diventa, in altre parole, tutt’uno con l’amore per la ricerca, quasi come se il primo non potesse esistere senza il secondo.
La grande capacità che il testo ha di coinvolgere il lettore credo dipenda proprio da questo equilibrio, da questa fusione tematica tra la realizzazione di sé stessi e la realizzazione di sé stessi nell’altro. I protagonisti affermano infatti le proprie idee con forza, la loro lotta per accaparrarsi fette di scibile sempre più ampie sembra non avere mai requie. Questa fame di mondo non ha tuttavia niente di egoistico, dal momento che essi non riescono a vivere senza avere contatti umani continui, la loro fonte di arricchimento intellettuale e spirituale è rappresentata proprio dalla comunicazione trasversale praticata ogni giorno, quasi un allenamento della muscolatura cardio – celebrale, con gli indigeni e con la Natura.

Essere antropologi è un po’ come essere poeti: significa avere delle qualità percettive e sensoriali maggiormente affinate rispetto agli altri essere umani, ricercare non solo schemi e classificazioni linneiane, ma udire dietro al simile la voce dissonante, l’eccezionalità, la complessa architettura del cosmo. Essere poeti significa anche svelare il segreto che è celato dietro alla realtà. Questo sembra essere l’amore, declinato in tutte le sue sfumature: l’amore per la natura, per l’umanità, per il proprio mestiere, per l’uomo o per la donna che si è scelto come compagno o compagna di vita, l’amore per la conoscenza che, forse, riesce a racchiuderli tutti in un unico cerchio, l’amore per se stessi, raggiunto dopo un complesso pellegrinaggio dentro alla propria anima.
A proposito di questo, credo che il personaggio chiave della narrazione sia proprio Nell. Nell è una martire della conoscenza, ma soprattutto di una forma di amore perversa, quella macchiata dalla gelosia e dall’esclusività. Vittima di un uomo meno sensibile e meno intelligente, lei donna dalle straordinarie qualità e dall’innovativo metodo di ricerca, ha subito infatti quello che molte donne subiscono nella realtà quotidiana. Essere uccise perché bisognose di scavalcare una tranquilla vita matrimoniale per ambire a qualcosa di più di una casa da accudire, forse questo comportamento è giudicabile come reato? Una donna ha il diritto e il dovere di scegliersi una vita en plein air, lontana dalle restrizioni domestiche, di ambire ad una professione che la gratifichi, di svincolarsi dal paradigma tripartito “donna – casalinga – madre”. Nell è tutto questo, bellezza e sogno, avventura e intrigante intelligenza, passione e voglia di rompere gli argini della monotonia e della normalità. Le sue intuizioni, le sue osservazioni e le sue epifanie hanno del miracoloso. Sembra che il suo corpo vibri all’unisono con la realtà circostante, che nelle sue vene scorra il mondo. Ma il mondo spesso non basta a riempire il cuore di una donna, così arriva l’amore. La scelta di un doppio amore è stata però per lei fatale. Amare Fen presupponeva infatti la fedeltà, la dedizione, talvolta la contrizione e il nascondimento delle sue qualità per non turbarne la puerile serenità.
Questo sentimento materno, ormai privo di slancio e di entusiasmo, l’ha spinta inesorabilmente tra le braccia dell’amante: Bankson rappresenta non solo l’amore ma anche l’obiettivo comune, la conoscenza condivisa, il piacere di osservare insieme e appuntare i progressi della conoscenza, la maturazione intellettuale oltre che l’edonistico soddisfacimento dei sensi.
La scoperta maggiore per entrambe è stata quella di ritrovarsi complementari, di sciogliere il mistero della malinconia, scegliendo di impegnarsi in un’ equazione amorosa di facile risolvibilità: amare significa infatti semplicemente ritrovare negli altri ciò che amiamo e odiamo di noi stessi, accedere ad una verità più ampia del semplice Io, una verità che spesso compromette persino l’esistenza, il Noi.
Il coraggio di Nell è stato, nonostante o forse proprio in virtù della tragica fine, proprio quello di aver scelto se stessa, il sogno intelligente di legarsi ad un uomo che rispettasse il suo lavoro, le sue passioni e la sua irrefrenabile energia professionale e comunicativa.

Noi donne abbiamo lo strumento più grande in mano per cambiare il mondo, la possibilità di generare la vita e di donare il nostro cuore a grandi imprese. Noi donne siamo una forza dinamitarda quando vogliamo. Non lasciamoci perciò intimidire da un paradigma patriarcale e portiamo avanti i nostri sogni, sempre

articolo di Elisa Casaburi