dove batte l'onda

“Dove batte l’onda” di Giuseppe Munforte, Melville Edizioni, 2015 – Recensione di Lorenzo Mercatanti

Dove batte l’onda è il titolo dell’ultimo romanzo di Giuseppe Munforte. Un romanzo? Cosa racconta? Prima di rispondere provate a prendere il giornale del giorno e a dargli un’occhiata distratta, tutte le cose belle che ci trovate scritte su Giuseppe Munforte sono vere, quelle brutte sono false. Dategli un’occhiata ancora più distratta al giornale: ecco l’ennesimo artigiano che si cosparge di benzina e un decreto sul lavoro estrapolato da un racconto di Franz Kafka, mentre i governanti ganzi che abbiamo adesso… Insomma, il quotidiano di ogni esistenza che non cambia di un millimetro, affondato in quel grigiore che lo contraddistingue, di cui però il poeta Luciano Erba non voleva sentir parlare come di minimalismo, non sapeva quel che voleva dire il termine – diceva lui – ma di quel grigio conosceva ogni sfumatura e vi osservava il trascorrere di tante esistenze. Così anche a Giuseppe Munforte sta parecchio sui coglioni la parola minimalismo e a quel quotidiano restituisce, con l’atto gratuito che è la sua scrittura, l’amore e l’affetto di cui continuamente viene svuotato nella sua routine invivibile, una restituzione gratuita come gli ireos gialli che il poeta Luciano Erba faceva nascere spontanei come premio per gli studenti svogliati, di ritorno da una giornata di pesca senza aver preso niente.

Arriveranno fino ai fiori lontani / i pescatori senza ventura / i ragazzi in gita nella pianura!.

Un lavoro di restituzione che attraversa tutti i romanzi scritti da Giuseppe Munforte, dal primo fino a questo ultimo Dove batte l’onda, anch’esso un romanzo, non entro nelle definizioni narratologiche, che ne so io, penso a Celine che diceva, “uno i romanzi comincia a scriverli quando abbozza di fare il verso agli altri e si mette a lavorare con quello che trova sul fondo di se stesso… È molto poco quello che un uomo trova, la natura gli dà pochissime cose da trovare. È già enorme quando c’è qualcosa da fare“.
Ecco cos’è un romanzo, ma come si fa a non uscirne a pezzi?

Un pugile, come uno scrittore, deve stare in piedi da solo. (A. J. Liebling)

Al centro di questo Dove batte l’onda la storia d’amore tra Sergio e Fulvia, lui uno scrittore che cerca di chiudere con una vita passata in cui non si riconosce più, tanto da non riuscire a decifrarne il senso, a ricostruirne una memoria; lei una donna affascinante che allo stesso tempo si offre e sfugge, due personaggi irrisolti, cha da subito fanno dubitare il lettore riguardo una loro possibile relazione, un amore sempre in bilico tra il presente e un tempo sospeso, costituito di brandelli di quel passato da cui Sergio vuole staccarsi ma con cui non riesce a chiudere in modo definitivo, così lontani dalla sua vita di adesso da lasciare sempre aperti degli interrogativi fino ad allinearsi in un tempo indistinto, dove Sergio potrebbe aver già incontrato ed amato la stessa Fulvia. Con questi presupposti, Sergio, nel suo tentativo di ricostruirsi una vita, non può che essere perennemente frustrato, tanto da cercare più volte la morte: mai un suicidio evidente, e per ben due volte una morte per acqua. Lo vediamo entrare in acqua senza la minima cautela per un bagno nell’oceano, per affogamento, da cui si salva ogni volta e, nell’istante in cui sembra consumarsi un suicidio mai dichiarato, ci appare la valenza opposta di una possibile rinascita. Questo era espresso bene nel rito antico del battesimo, quando il catecumeno, che spesso, anche se non sempre, era un adulto, scendeva attraverso i gradini nella vasca del battistero, incassata nel pavimento, discendeva nell’acqua (immersione simbolica nella morte) e poi risaliva dalla parte opposta (e questo dava il senso della resurrezione).

È tutto così chiaro sul ring, – scrive J. R. Moehringer – la semplice vista di due pugili che si picchiano sul ring scatena una reazione tranquillizzante, una rassicurazione ancestrale che tutto è meno complicato di quanto ci hanno fatto credere. Dalla brutalità, la chiarezza“. Può ridiventare però tutto complicato quando uno capisce che, in quel corpo a corpo chiamato romanzo, sta prendendo a cazzotti se stesso, nel tentativo di non lasciare indietro niente in questo lavoro di restituzione, sforzandosi di tenere assieme gli opposti. Questo è quello che da sempre fa Giuseppe Munforte partendo dal mondo duro e nudo da cui proviene, da cui scaturisce la sua scrittura che, fin da allora, più bassa era la materia da riscattare – le trame al minimo sindacale fino a risultare scontate e i personaggi asciugati fino a lasciarne uno scheletro stereotipato – più si alzava il livello della scrittura, la ricchezza del lessico, la costruzione accurata della frase, tutte le proprie risorse a raccolta nello sforzo di tenere insieme lingua e materia così apparentemente all’opposto: portare questo peso sulle spalle per tutto un romanzo per tutta una vita. “Fare una cosa pericolosa con stile / è quello che io chiamo arte” (Charles Bukowski) e l’arte – la cosa pericolosa – nella scrittura del nostro è incunearsi nelle piccole morti del grigiore quotidiano, nell’agone al fondo di ogni vita, quasi a voler sacrificare il proprio strumento linguistico, con tutto il tempo e la fatica impiegati per affinarlo, consapevole invece che, nel combattimento al fondo di se stesso, il pugile che va al tappeto e quello che resta in piedi sono una cosa sola. E così Sergio, il protagonista del romanzo che abbandona tutto se stesso a una relazione improbabile. Evidente è l’incompatibilità tra i due, rinforzata dalla fragilità e debolezza che li accomuna, fino all’incidente stradale a seguito del quale la loro auto precipita in acqua, l’acqua entra nell’abitacolo, sale fino a riempirlo; lui non fa niente, lei sembra condividerne il destino di morte e, mentre Fulvia a un tratto lo afferra trascinandolo fuori e salvandogli la vita, noi restiamo bloccati al momento in cui ci chiediamo cosa sta facendo Sergio, si sta suicidando o sta mettendo la propria vita nelle mani di lei? Certamente una follia, ma anche l’amore è follia, il dono di sé è follia, il morire per risorgere è follia, muoio perché non muoio (S. Teresa di Gesù).

Cosa sono per noi gli Israeliti che si gettano nel Mar Rosso se non abbiamo fede (se non pensiamo alla loro di fede)? Sono la stessa cosa degli egiziani che da quello stesso mare vengono travolti, né più né meno…

C’eravamo noi, una leggerezza strana e anche qualcosa di oscuro, come oscura diventa la vita quando abbiamo paura che la corrente ci travolga. La vediamo con lucidità la bufera, tutti gli anni, il tempo che fluisce come sangue da una vena aperta. Ho ripensato alle onde maestose del mare che si apre. La scena di un film visto da bambino si era inchiodata nel mio cuore. Le onde alte, cabrate, appese a una volontà invisibile, gli uomini che le attraversano. Un varco nella natura spaventosa, nel tempo, un sentiero scavato nell’oscurità tremenda. La mano che tiene le onde è una mano vicina, come se il divino non avesse spazio più grande e fosse qui, da noi”.

Voto: ●●●●●


recensione di Lorenzo Mercatanti

Lorenzo Mercatanti

Lorenzo Mercatanti

Ridi ridi... Una tragedia umana e sportiva.