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damien rice


Damien Rice, Castello Scaligero, Villafranca di Verona, 30 luglio 2015 – Recensione di Michael Micci

Sono una di quelle persone che, prima di entrare in doccia, sceglie una playlist su Youtube da cantare. Sono anche un grande appassionato di canzoni deprimenti e le canzoni deprimenti suonano molto meglio dal vivo. Vado a cercare le sessioni acustiche più disparate, da “Sessioni alla fermata dell’autobus” fino a “Sessioni in barca”, “Sessioni sulla tal collina” o “nel baretto hipster della tal città”. È bello aspettare che si spannino gli specchi leggendo i commenti della gente. Cercando qualche video del concerto da cui sono appena rincasato, Damien Rice al Castello Scaligero di Villafranca di Verona, trovo un commento tanto breve quanto efficace, un’utente con un avatar in bianco e nero scrive: “We all met him at some point”, rispondendo a una serie di repliche riguardanti la partecipazione del brano The Blower’s Daughter alla colonna sonora del film Closer (2004). Possibile che tante persone abbiano scoperto Rice attraverso la pellicola? Me lo chiedo, perché a me e a molti altri non è andata così.
Ci sono cantautori e band da colonna sonora, che sfornano la tipica ballata sentimentale da film e che, con immediata evidenza, torneranno presto nel dimenticatoio, o in giro per case discografiche sempre più piccole, nel tentativo di scopiazzare in serie la stessa canzone che li ha resi tanto famosi all’inizio. Ecco, ci sono loro. E poi c’è Damien Rice. Qualcuno a cui non serve una colonna sonora, a cui non serve nemmeno sfornare un disco ogni due anni per essere conosciuto e ricordato – la sua ultima fatica, My favourite faded fantasy (2014), si è fatta attendere otto anni.
Il cantautore quarantaduenne torna a suonare anche in Italia, dopo aver “sciacquato i panni” in Islanda, luogo prediletto delle anime inquiete, dove ha scelto di concludere, grazie alla pace dell’isolamento, il lavoro sul terzo album. La voce che lo annuncia ha già un accento fortemente islandese e riesce a strappare un sorriso. Il timore (o la speranza?) è che quel sorriso si riveli l’unico della serata e che un’inevitabile malinconia s’impadronisca delle restanti due ore. Su un palco semibuio, illuminato da qualche lampadina e da deboli giochi di luce sullo sfondo, l’artista irlandese, accompagnato dalla sua vecchia chitarra di legno un po’ sfogliata, mette in scena uno spettacolo effettivamente malinconico, ma essenzialmente positivo. Non sono presenti altri musicisti e la grandezza del cortile del castello non favorisce la comunicazione. Ciò nonostante, Rice tenta di proiettarsi verso il pubblico con intensità crescente, sentendo ogni brano, anche i più datati, prima di tutto sulla propria pelle. Un vento fresco e un cielo coperto di nuvole aiutano noi a stare più stretti nell’ascolto. I pezzi sono scanditi dalle parole del cantante, da aneddoti che danno colore alla serata. Rice si dimostra simpatico, ricordando il se stesso di un tempo, ironizzando sulla propria disperazione e sul bisogno di rinnovarsi, abbandonare “tutti quegli inutili sogni di una vita solitaria” di cui canta in Colour me in.
Il maggior punto di forza dell’ultimo disco, cioè l’inedita ricchezza degli arrangiamenti, viene ricreato grazie a un abile utilizzo della loop machine: Rice registra la propria voce in più fasi, sovrapponendo le tracce. Fa lo stesso con la chitarra e le altre strumentazioni a disposizione. Ne deriva un climax di voci e suoni, un’atmosfera di coinvolgimento crescente. Tracce come My favourite faded fantasy o It takes a lot to know a man, sembrano essere state scritte pensando al forte impatto che avrebbero regalato dal vivo. All’apice del concerto Rice lascia il palco in cerca di un’acclamazione che non si fa attendere: il pubblico si alza dalla sedia e corre sotto al palco chiamando il suo nome. Quasi automatico è il ritorno in scena per un ultimo tuffo nella musica, nell’essenziale dell’esperienza live. Si avvicina il più possibile all’estremità del palco, da dove ora è possibile toccare le mani sollevate dei presenti, e, illuminato appena, comincia sottovoce: “And so it is…“.
È così, dunque, che deve finire. Con la voce graffiata e spezzata di Rice che intona il brano più importante. The blower’s daughter è il pezzo di congedo, almeno per un buona fetta di pubblico. Il cantautore irlandese, all’uscita dal Castello, vorrà intrattenersi ancora per qualche minuto con i pochi rimasti. Seduto a terra, attorniato dai fan, intonerà un’altra serie di brani che non sono riusciti a trovare spazio in scaletta, rimandando così la conclusione di una notte già splendida.
Dando un’occhiata al cielo, sembra persino che la coltre di nubi sia stata soffiata via dal vento. Sotto lo sguardo benevolo delle stelle, non resta che prendersi per mano e continuare a cantare.

recensione di Michael Micci

Michael Micci

Michael Micci

Sono quello seduto che osserva, con le dita già sporche d'inchiostro.