cecità

La Cecità come veggenza: l’attualità del testo di José Saramago – Articolo di Elisa Casaburi

«Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono».

Cecità di José Saramago. La trama la conoscete tutti, forse. Un uomo fermo al semaforo improvvisamente si accorge di essere cieco, ma non di una cecità normale: anziché le tenebre, sembra che dentro alle sue cavità orbitali sia calato un lattiginoso chiarore.
Una cecità bianca dunque, di quelle che non solo terrorizzano, ma inducono a porsi quesiti ontologici, che spingono a domandarsi il motivo della loro comparsa, siano esse una benedizione o un castigo divino.
Un ladro di automobili approfitta così di questo impedimento della vista del primo uomo per derubarlo della sua vettura, dopo essersi “cavallerescamente” offerto di riaccompagnarlo a casa: figura di Giuda moderno quest’ultima, che tradisce mentre promette fedeltà e dedizione.
La tappa successiva è lo studio di un medico specialista in malattie degli occhi, dove si ritrovano, oltre all’automobilista e alla moglie, un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino strabico accompagnato da una donna ed una ragazza dagli occhiali scuri, colpiti tutti dalla stessa “malattia”.
In breve tempo tutta la città, di cui l’autore nasconde il nome – quasi a suggellare il fatto che potrebbe trattarsi di un qualsiasi luogo del nostro pianeta – viene infettata da questa strana cecità.
I malati vengono isolati, messi in quarantena, proprio mentre il linguaggio dell’autore che ne descrive la degenza forzata si fa invece agglutinato, le frasi si accorpano, le sequenze diegetiche si moltiplicano vertiginosamente e le pause liriche sembrano non esistere in questo inferno dove anche le vittime alla fine si trasformano in carnefici. Un’assurda rete, tesa da un invisibile Demiurgo, inizia così ad intrappolare un numero esponenziale di malati, i quali oltre alla vista iniziano a perdere progressivamente ogni tratto di umanità.
La convivenza forzata in quell’ex-manicomio che diventa in breve tempo un girone dantesco trasforma infatti gli abitanti in bestie, in barbariche creature che arrivano a macchiarsi di omicidio pur di strappare un pezzo di pane a chi ne ha mangiata una porzione di troppo; ad odiare l’altro, invertendo il comandamento cristiano che imporrebbe di amare sempre e comunque i nostri fratelli e obbedendo all’hobbesiano assioma dell’homo homini lupus, che sarebbe alla base, secondo il celebre e fin troppo citato filosofo, di ogni sistema societario.
Immune alla malattia visiva resterà solo la moglie dell’automobilista, la quale fingerà per tutto il corso della storia di essere cieca pur di rimanere accanto all’uomo amato, e fungerà da guida ai suoi compagni nel superare le difficoltà imposte dalla sopravvivenza quotidiana.

Questo morbo spersonalizzante, alla fine, svelerà la nostra natura più autentica: l’incapacità di amare, la cattiveria, l’invidia, l’istinto feroce, la rabbia e l’aggressività. Di questo argomento aveva già parlato Sigmund Freud nel testo del 1930 intitolato appunto Il disagio della civiltà: l’intento era quello di convalidare l’idea (che era di Rousseau) che la libertà umana non sia un prodotto della civiltà, ossia un fattore che nasce allorché si formano strutture coercitive come lo Stato, bensì un lascito della nostra condizione primigenia, quella che gli illuministi definivano appunto “stato di natura”. Più l’umanità si allontana da questa condizione edenica e più avverte tale distacco come una ferita insanabile, la quale viene trasformata – laddove non agisce la sublimazione – in aggressività e rabbia sfogata proprio contro chi si manifesta come nostro simile e per questo nemico, in quanto incapace come noi di ribellarsi all’ipse dixit dei potenti.
Solo una pioggia catartica potrà darci l’illusione di lavare, come un battesimo postumo, quelle che sono le nostre macchie ontologiche innate, le colpe accumulate in un percorso esistenziale fatto di odio e di sopraffazione reciproca; potrà svelarci infine l’assurdità della nostra condizione di ciechi – vedenti, abituati a giudicare la verità nei fenomeni e a tralasciare la profondità, spaventati forse da quello che troveremo se scavassimo fino in fondo, nelle cavità più recondite e riposte della nostra anima: l’amore.

Dunque, perché rileggere Saramago? Trovo che il rischio che corriamo spesso è quello di sentirci degli ipervedenti, ossia persone consapevoli della giustezza delle nostre azioni e della piega futura che il nostro Mondo prenderà.
Saramago ci mette in guardia da questa sicurezza, dall’abitudine di sentirci yesmen, eroi da videogioco capaci di combattere ogni avversità e ci insegna a non minimizzare la portata che ogni nostra azione avrà a livello universale.

Gli eventi di Parigi, di Bruxelles, ma anche il caso Regeni, ci hanno mostrato come non ci sia una logica o una corrispondenza biunivoca a guidare la Storia, né tantomeno che essa possa essere compresa con un mero approccio razionalistico.
Il male quasi mai ha una logica, è più una cecità, ossia uno scompenso momentaneo delle capacità sensoriali che porta l’uomo a smarrire la retta via: ma è proprio mentre perdiamo la nostra umanità, mentre diventiamo ciechi, che possiamo vedere meglio la nostra reale condizione. In altre parole, essere ciechi significa vedere per la prima volta oltre la superficie, tastare finalmente con uno sguardo che non falsi o mistifichi la realtà, chi siamo, quali appetiti ci guidino, quali desideri impronunciabili muovano le nostre azioni.
Ecco che l’astrazione del titolo rimanda alla nostra condizione universale, all’essere persone alla ricerca di un’identità spirituale, in attesa di uscire ancora dalle tenebre dell’individualismo per raggiungere infine la totalità, quella condizione che alcuni psicanalisti hanno chiamato il Sé. Unica eccezione alla bolgia dei dannati all’ipovisione è proprio una donna, figura cristologica e salvifica, disposta al sacrificio della propria libertà pur di portare in salvo l’umanità macchiata dalla colpa della presunzione. Sì perché esistere è una presunzione quando vengono smarrite le regole basilari della civiltà. Vivere significa invece dare, regalare all’altro una parte della propria ricchezza, condividere e cooperare al fine d realizzare il migliore dei mondi possibili.
L’attualità delle parole dell’autore è a dir poco folgorante. Basta accendere il televisore o la radio per accorgersi di come il morbo della cecità, dell’accecamento etico, sia ancora vivo nella nostra pseudo-civiltà: le guerre cosa sono infatti se non una benda posata sui nostri occhi per impedirci di riconoscere una somiglianza in coloro a cui dichiariamo odio?

Approfittiamo dunque di questa congiuntura storica segnata dal buio collettivo per conoscere meglio la nostra natura, andiamo alla radice del male storico per portare alla luce la colpa originaria che ci rende fratricidi dalle origini (pensate all’omicidio commesso da Caino nei confronti del fratello Abele), impariamo a crivellare la nostra anima e a giudicare i nostri valori e le nostre pecche prima di giudicare quelle dei nostri nemici.
Cecità non significa infatti per Saramago prendere le distanze, ma gettarsi in una situazione di conflittualità e viverne le contraddizioni per uscirne infine vittoriosi; cecità significa preveggenza, capacità di intuire l’andamento degli eventi e di predire le sorti dell’umanità; cecità è l’unica condizione per giungere alla conoscenza, come lo fu La peste per il celebre romanzo di Albert Camus o La nausea avvertita dal protagonista del libro di un altro illustre filosofo, Jean Paul Sartre. Cecità è però anche sacrificio, espiazione, martirio, voglia di riscattare, con un atto di puro amore, secoli di odio e di sopraffazione, di immolarsi anche per coloro che rinnegano la nostra misericordia.
Martire significa infatti testimone, e il libro di Saramago è un atto di testimonianza per le generazioni future, un monito a non lasciarsi deturpare il cuore dalla brama di potere, un invito alla riflessione sul perché del male e su come l’annebbiamento della coscienza possa essere trasformato in un momento privilegiato di lucidità.

articolo di Elisa Casaburi