fab (e i fiori)
fab (e i fiori)

– Corpo di mille balene, un’altra cartolina!

La buca della posta si era inceppata, e sapete perché? Perché era piena di Cartoline!

Anzi questa volta non abbiamo ricevuto una semplice e banale cartolina, ma una letterina musicale, di quelle che quando le apri iniziano a suonare da tutte le parti! Ce la manda il nostro amico Fab [di Fab (e i fiori)], e siamo felicissimi di condividerla con voi.

Fabrizio Barnabè e i suoi fiorellini (gli altri componenti della band), vengono dalla sanguigna Romagna, credono nel rock’n’roll e sono pronti a contagiare il mondo con i loro colori caldi da tappezzerie anni ’70. Dopo l’album Nonmiscordardite, rieccoli con il loro ultimo ep dal titolo Fuori stagione uscito proprio pochi giorni fa, il 6 maggio.
Per il resto potete trovarli facilmente cazzeggiare per Faenza o suonare nei peggiori bar di Bagnacavallo.

Bene, ora cliccate play qui sotto (fatto?) e leggete il raccontino di Fab:



«Il piccolo brano in questione si chiama Casa sull’albero (nella jungla di una provincia) ed è una sorta di minuscola colonna sonora di un ricordo o di una sensazione (spesso le due cose si mischiano e non le so più distinguere). Questa musica è piena di rumori e ritmi oserei dire “esotici” e non ci sono parole ma solo qualche verso, perché è di versi che è composto il nostro pezzo umano più primitivo. Questo minuto abbondante di evocazioni è principalmente un piccolo spaccato sui miei 10 anni di bambino romagnolo e su come il patrimonio immaginario che ci si fa da piccoli ti perseguiterà per sempre.

La premessa è che fin da piccolo sono stato circondato da romanzi: se il mio nonno materno mi trovava, in un pomeriggio d’estate, a guardare i cartoni animati in televisione mi lanciava materialmente (ma con gentilezza) qualche tomo di Salgari, intimandomi (sempre con risoluta gentilezza) di andare a leggere sotto un albero. Credo fosse una sorta di saggezza contadina e umanista che vedeva la televisione e lo stare “al chiuso” come grosse armi di distruzione della tempra fisica e morale, mentre la lettura di romanzi d’avventura all’aria aperta sotto gli alberi era vista come una specie di toccasana per guarire da tutto e crescere in salute (fisicamente e non). Questa impostazione ha fatto in modo che – fino alla scoperta del mirabolante mondo del rock’n roll nell’adolescenza che poi mi ha portato (anche) altrove – io sprofondassi di continuo nelle storie avventurose che mi procacciava mio nonno. Di conseguenza ho basato la mia immaginazione su romanzi tardo ottocenteschi: Mark Twain, con i suoi Tom Sawyer e Huckleberry Finn, mi faceva viaggiare sul Mississipi; Frenec Molnar mi portava a Budapest fra i ragazzi della via Pàl e le loro scorribande; Robert Stevenson mi catapultava fra pirati e tesori; Carlo Collodi fra i personaggi collaterali a Pinocchio che oggi sarebbero considerati veri e propri freak e poi Emilio Salgari in mezzo ai corsari, nel far west, in Africa, India, Malesia. Il tutto in edizioni vecchissime e impolverate, con conseguente traduzione (e lessico) che non superava gli anni ’40 del Novecento.

A un certo punto però stare sotto l’albero a leggere non mi bastava più e iniziai a volerci andare sopra, credo per lo stesso principio che ha previsto che l’uomo a un certo punto non si sia più accontentato di guardare la luna, di scriverle canzoni e poesie, e abbia deciso che lassù ci doveva proprio mettere i piedi.
E non volevo andarci sopra solo per leggerci le storie dall’alto, ma per vivere lassù delle storie mie: volevo rifare concretamente le avventure che leggevo e dentro cui mi perdevo. Più che reale volontà era immaginazione e sogno, ma ricordo con precisione che la casa sull’albero era il massimo a cui ambire nelle mie estati. Oltre che un luogo in cui leggere, disegnare o annoiarsi pensando, poteva diventare la base per le avventure, una roccaforte per la mia scorribanda (più o meno immaginaria), una specie di nave pirata o di zattera di fortuna con cui solcare il Mississipi o il Mar delle Bermude o qualunque altro posto della mia mente, dei fumetti, dei romanzi.

Un sabato pomeriggio mio babbo (mai del tutto guarito dall’infanzia quindi sempre pronto a costruire e inventare giochi), dopo le mie richieste, iniziò a costruirmene una su un acero vicino a casa. Ricordo che ero eccitatissimo vedendo quei pallet di legno, quelle assi, i chiodi e tutto il necessario. Talmente eccitato che corsi a comunicare la notizia strabiliante a tutti i miei amici del quartiere. Il tempo non era molto e l’urgenza era tanta, quindi spronai mio babbo a fare una cosa in gran velocità. E in qualche ora fu pronta: sbilenca, strancalata, bruttina, odorosa. Perfetta. Purtroppo né io, né mio babbo, né i miei amici avevamo fatto i conti con un aspetto che fu purtroppo fatale per la casa sull’albero: il senso pratico di mia mamma (la problem solver), che – appena tornata a casa – vide un gruppetto di bambini sudati da me capitanati che saltavano su e giù da uno strano accrocchio di pallet e assi traballanti. L’unico scenario che le si parò davanti era fatto di cadute, ossa rotte, genitori incazzati, denunce, insomma: BEGHE (dal romagnolo: grane, problemi). Ovviamente quella “casa” era un pericolo, e mio babbo fu costretto a smontare tutto, mesto mesto. Sogno di un pomeriggio, ma evocazioni di una infanzia intera. Non ho avuto materialmente la casa sull’albero, ma quello che rappresenta m’è rimasto addosso ancora più forte. Una casa sull’albero in una provincia urbana sempre spalancata sulla campagna come una jungla, piena di personaggi e di avventure pazzesche quasi completamente immaginarie.

In questo minuto di musica ho cercato di metterci dentro tutto questo, compresa la sua evanescenza.
Le foreste, gli avventurieri, le sciabole, il legno, l’eccitazione, il pericolo, Jacovitti, la pancia del Pescecane, il Mississipi, l’estate, le ombre calde, le cicale, i tesori, le leggende, tutto dentro una assopita Romagna, eterna provincia, brulicante di vita e di infanzia che ti segue, a braccia aperte e a occhi chiusi, sempre sempre sempre
».

Fabrizio*

* Per farvi un’idea di chi è costui vi consigliamo di guardare questo sobrio video-medley, godetevelo: